Affresco d’antan

Il nonno Giovanni non aveva mai smesso di ferrare cavalli nella sua piccola officina da fabbro maniscalco. D’altra parte la gente aveva continuato a portargli le bestie e soprattutto a correre a chiamare lui – appassionato veterinario di cuore- anche a notte fonda quando un animale stava male o una giumenta partoriva. Non avevano lasciato che la guerra s’intromettesse troppo nelle loro vite, ma la sua fine – questo era sicuro- aveva riportato colore, allegria, sangue caldo nel loro paese. La paura era stata loro compagna per lunghissimi anni e ora improvvisamente potevano farne a meno.

Lo zio Carlo era stato nascosto giù in cantina per così tanti mesi che quando uscì fuori per prima cosa trascorse due intere giornate – notti comprese – fuori in cortile. Quello che fece dopo fu ricordato in paese per lungo tempo. Bussò a tutte le porte, entrò in tutte le case, ringraziò e strinse forte le mani ad ogni singolo abitante perché tutti sapevano che il nonno Giovanni lo teneva nascosto in cantina – lui, il nipote che aveva studiato, renitente alla leva – ma mai nessuno lo aveva denunciato. Di lui si erano silenziosamente innamorate alcune ragazze del paese, ma le loro speranze velate erano state tutte deluse. Quel bel ragazzo dello zio Carlo, così colto e affabile, riportò presto in città il suo sorriso affascinante insieme all’indelebile ricordo della lealtà che gli era stata offerta.

La sua partenza lasciò un vuoto, ma contribuì nel contempo a riportare la vita sui binari della normalità.

La nonna Gina, da parte sua, continuava a coltivare la sua fede nella Provvidenza, che la guerra aveva ulteriormente rafforzata. Chiunque bussasse alla loro porta riceveva qualcosa che, di lì a poco, ritornava in un’altra forma. Se la Licia veniva a chiedere una misura di farina per impastare il pane, la nonna Gina gliela offriva volentieri, e mostrava il suo sorriso dolce dietro cui nascondeva con sapienza che anche il loro sacco era quasi alla fine. Era certa che prima di sera qualcuno avrebbe portato cibo alla loro tavola. Di lì a poco arrivava la zia Giuseppina dalla Lucrezia per una visita inattesa e portava con sé mezza dozzina di uova, con le quali, avrebbe dato vita alla cena della famiglia, ma, ancor più, avrebbe continuato ad alimentare la fede della nonna Gina.

Le ragazze avevano ricominciato a pensare al loro futuro. Si preparavano a diventar donne imparando un mestiere e nutrendo loro sogni. Angelica dopo l’avviamento non aveva voluto continuare la scuola per non sottoporsi più alla tortura emotiva delle interrogazioni. Aveva deciso di diventare sarta, così andava a casa della signora Elvira che le insegnava giorno dopo giorno a prendere le misure, creare i modelli sulla carta dei giornali, tagliare e poi tenere il ritmo col piede per entrare in sintonia con la sua vecchia Necchi. Aveva lasciato Pietro da quando aveva scoperto che quello che sarebbe dovuto diventare il suo sposo, in realtà, come diceva lei arrossendo di rabbia, “teneva il piede in due scarpe” e, oltre a lei, aveva una fidanzata a metà tempo anche in città. Da qualche tempo c’era un certo Edoardo, reduce da un periodo di prigionia in un campo di lavoro dopo l’armistizio, che mostrava un certo interesse per lei. In lui si mescolavano una grande energia creativa propria di chi ha insperatamente salva la vita, la leggerezza della gioventù e il buio dei ricordi di prigionia. Ovviamente Angelica era estremamente restia a fidarsi nuovamente di un pretendente, ma non riusciva a nascondere a se stessa che quell’Edoardo detto Nino non era erba qualsiasi da gettare nel fascio.

Carla imparava a ricamare. Quei piccoli fiori colorati con cui chiosava gli asciugamani e i lenzuoli del suo corredo le parevano bellissimi. E davvero lo erano. Stava diventando una ricamatrice molto brava. Era in età da marito, ma il pensiero la sfiorava appena. Dormiva tenendo sotto il cuscino la foto bianca e nera di John, il seducente cugino d’America, ma lo faceva più per avere qualcosa di cui sognare che per davvero.

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