La prima volta

La prima volta me la ricordo benissimo.

La prima volta che mi hanno marchiato.

Allora non ero in grado di capirlo. Nutrivo speranze sane, belle, pulite. Consideravo di avere qualche buona possibilità di imparare questo mestiere.

Li ho visti, stamane, i nuovi marchiati, mentre aspettavano davanti all’aula del concorso. Saranno stati una quarantina, per diciassette nuove borse di dottorato. Parlottavano fitto tra loro a piccoli gruppi fluidi, che si scomponevano e ricomponevano a flusso ininterrotto. Ho giocato a immaginare i fili secondo cui si muovevano. Alcuni saranno stati compagni di corso, altri lavorano forse già nello stesso dipartimento. E poi, qualche passo più in là del gruppone, a gruppetti, loro. Gli esterni. Quelli che sono venuti da lontano, con un sogno ancora più pulito.

Li ho osservati per un po’ dalla finestra del mio ufficio, quassù. Finché non sono entrati nell’aula per il rito di iniziazione. La loro prima volta.

All’inizio tu credi che sarai scelto perché hai le caratteristiche per potercela fare. Non sai che sei una semplice pedina su una scacchiera e saranno loro a muoverti, tuo malgrado. Non importa se sei pedone, torre, o cavallo. Potresti essere anche re, ma sarai sempre spostato, spinto o protetto da loro, le mani grandi che ti muovono, ti difendono, o ti espongono ad essere eliminato.

Mio fratello una volta mi ha detto: “Prima o poi quelli veramente in gamba ce la fanno”. E io ce la voglio fare per questo. Da anni il mio sogno non è più pulito, ma voglio che mio fratello possa vedermi così. Uno veramente bravo.

Tra qualche ora ci sarà il concorso da ricercatore, l’ultimo a tempo indeterminato. Le mani grandi che governano la scacchiera l’han già reso il “mio” concorso da ricercatore. Chiudo gli occhi, mi lascio fluire dentro la sensazione di poter essere pensato come uno veramente bravo.

Dopo tutto, il marchio che mi han fatto quando i miei sogni erano ancora puliti non fa tanto male. Se mi concentro non brucia nemmeno poi così tanto. Qualche volta lo dimentico, persino. Poi d’improvviso mi torna alla memoria il viso di quell’esterno che mi aveva chiesto, prima del mio e suo esame di dottorato, come questo si sarebbe svolto. Io sapevo già tutto qualche giorno prima, ma sono stato zitto. Avevo paura di essere spazzato via dalla scacchiera. Ora che ci penso, forse è stato proprio quello il momento. Mentre rispondevo con parole vaghe a quella domanda precisa, la pelle ha cominciato a bruciare. Sono diventato uno di loro.

Saremo quattro candidati, il Professor Candidi me lo ha già detto da tempo. Arriverà anche una ragazza da un’altra sede, con tantissimi lavori scientifici. Molti più di me. Mi è venuta paura che lei sia quella veramente brava.

Candidi mi dice che non è il valore scientifico che interessa, loro sanno che io sono un tipo mansueto, tranquillo, che non dà fastidio. Abbiamo lavorato le ultime settimane a capire come risultare vincitore nonostante abbia scritto un solo articolo scientifico e lei ne abbia quasi venti. Alla fine abbiamo trovato il modo. E se lei proverà a fare ricorso la denunceremo per falso. Il giorno che ho trovato quell’ errore nei documenti che lei ha presentato per l’iscrizione al concorso, Candidi mi ha offerto persino il caffè. Era soddisfatto di me.

Giuliana, la mia collega di scrivania, con cui siamo amici da tanti anni, un giorno mi ha detto che le faccio schifo. Non doveva, ha solo aumentato la mia angoscia, mi ha fatto davvero male. Forse- mi sono detto- è solo invidiosa, perché lei, a differenza mia, non ce la farà mai ad entrare tra quelli che contano. Se fosse lei al mio posto, non potrebbe comportarsi diversamente. La posta in gioco è troppo alta. E poi la pelle brucia già, al massimo la ferita si approfondirà un poco.

Improvvisamente mi viene caldo, la pelle brucia davvero. Forse è meglio che esca a fare due passi.

La giornata è mite, le foglie rosse e gialle dei liquidambar volteggiano discrete. Starò fuori al massimo mezzora, mi dico. Non posso allontanarmi troppo.

Ho fatto bene ad uscire, una parte dell’ansia di questo giorno mi pare si sia squagliata nel tepore pallido di questo novembre.

Mi sento così bene che mi sembra di non essere uscito fuori da mesi, da anni, prima d’ora.

L’aria è fresca, mi viene voglia di camminare. Il sole tiepido di stamattina è così bello e rassicurante che inizio a correre. Non so cosa mi prende, non so resistere. Comincio a saltare. E poi a gridare. Sotto la pioggia lieve dell’autunno dei platani di città, quasi non me ne accorgo e mi ritrovo lontano.

Leggero.

Pulito.

Vivo.

Poter vedere senza più ombre quel che desidero chissà da quanto tempo mi viene ora incredibilmente semplice: non ci torno mica laggiù, proprio ora che la pelle non brucia più.

Ora che posso muovermi fuori dalla scacchiera a cui mi sono costretto per tanto tempo, chissà poi perché, non lo ricordo nemmeno più.

Non ci torno indietro, ora che sono una persona veramente in gamba.

9 pensieri su “La prima volta

    1. Che bella istantanea, quella che ritrae il momento in cui una gabbia (dorata e rassicurante ma che conserva la sua natura di prigione) si apre e da cui si fuoriesce… con un atto di volontà, alimentato da ribellione e onestà… Emozionante!!!!!

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