Il senso di Erodaria per la guida

Erodaria si è iscritta a scuola guida nell’estate dopo aver sostenuto l’esame di Maturità. A Settembre, o forse era prima, seduta accanto a due amiche carissime, la fulva S., sua compagna di liceo, e la castana G., sua compagna delle elementari e di tanti sconclusionati discorsi da pre-adolescente, incamerava nozioni fino ad allora lontanissime da lei.

Ha superato l’esame teorico al primo colpo con pochissima gloria. Ha commesso il numero massimo di errori consentito, di cui tre relativi all’unico quesito realmente importante dal punto di vista pratico: come ci si comporta ad un incrocio.
Ha fatto poche guide, con un istruttore simpatico, che la metteva a suo agio, specie perché aveva la possibilità di frenare al posto suo.
Ha superato l’esame pratico con disinvoltura e ha ottenuto la patente in data 09/01/1999.  La foto sul documento rosa è la testimonianza più verace dei suoi anni esteticamente peggiori oltre che la confutazione della falsa credenza che farebbe dei vent’anni (o giù di lì) il periodo in cui si è più belli.

Ha trascorso il periodo tra i 19 e i 24 anni senza mai guidare, terrorizzata al solo pensiero di farlo. La sua vita universitaria è stata condotta, dunque, sui generosi sedili di auto altrui, in particolare la cinquecento rossa della sua amica bionda C. e la panda verde della sua amica bruna N.

L’unica eccezione a questo periodo di digiuno, è costituito dai mesi trascorsi dalla ventiduenne Erodaria in Burkina Faso. A un certo punto della sua permanenza nella brousse – la savana- le si è resa necessaria la guida di un motorino, per raggiungere i villaggi dove avrebbe condotto la sua piccola indagine sociologica. Fino a quel momento era andata in giro appesa agli abiti sgargianti di Félicité. Poi il coordinatore francese del progetto le ha detto di provare ad affittare un motorino tutto per sé, per ottenere maggiore autonomia. Dopo un paio di lezioni di guida con Sidpa, un tranquillo padre di famiglia, Erodaria ha rischiato di finire in un fosso per effetto di una scivolata sulla terra rossa e secca che invadeva anche le poche strade asfaltate. Ha ripreso a scorrazzare per la savana dividendo il sedile con Félicité.

L’inizio del lavoro ha coinciso con la decisione, obbligata, di riprendere a guidare. L’ha fatto per gradi, mantenendo il medesimo circospetto terrore intorno a questa attività poco gradita. Inizialmente ha preso a farlo con la punto grigia di sua madre, che, una sera indimenticabile, ha deformato lateralmente cercando di infilarsi in un garage. Ha sempre preferito che guidassero i colleghi, non offrendosi mai di mettersi alla guida, specie se in presenza di superiori. Quando strettamente necessario, l’ha fatto, suscitando la legittima ilarità dei colleghi. Indimenticabile la battuta del giovanissimo W, collega brasiliano, che di lei diceva: “Erodaria guida benissimo, ma a quareeenta per ora”.

Crescendo ha acquisito una sua auto propria, in seguito ribattezzata dalle sue figlie “mamma gialla”, usandola per i tragitti necessari alla sua vita locale. Le piace. Qualche volta le tocca provare percorsi nuovi, ma lo fa sempre con una punta d’ansia. Ogni qualvolta le capita, usa i mezzi pubblici, verso i quali prova una forma solida di gratitudine. Lascia tutti i tragitti lunghi alla ferma tranquillità di suo marito. Non usa quasi mai la retromarcia, prediligendo manovre assurde in caso di parcheggi in zone anguste. Predilige la spina di pesce al parallelo strada. Non ama i controviali, né lo scorrimento veloce, odia in maniera patologica tangenziali e autostrade. Entra in blanda iperventilazione se le tocca condurre un mezzo non suo, specie se di grosse dimensioni. A volte vorrebbe andare in giro indossando una maglietta con la scritta “Guido male” perché nessuno possa appiopparle compiti automobilistici, specie sul luogo di lavoro. Nei peggiori momenti d’ansia fantastica di diventare Amish. Guarda con sana invidia chi ha un rapporto equilibrato con la guida, specie le sue amiche donne.

Sa che in momenti di particolare stress concentra le sue ansie su questa attività. Ogni tanto vorrebbe desistere, appendere il voltante al chiodo. Ma mette a fuoco che è una paura, e come tutte le paure è da affrontare. Ha un nome – amaxofobia- e il primo passo è rendersene conto e parlarne. E così, fa la cosa che sa fare meglio: ne parla.

19 pensieri su “Il senso di Erodaria per la guida

  1. Non è nulla, cara. Stai serena. Siete milioni di milioni di milioni. Avete almeno l’umiltà di ammetterlo. Te lo dico con affetto e comprensione. Non sarà qualcuno di voi ad accopparmi. Ci penserà un microcefalo su un macrosuv zigzagando durante la digitazione di un wazzapp a 125 kmh in città.
    Firmato: un vespista.

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    1. L’Autista Sobrio del Ritorno è una figura mitologica di cui ho a lungo sentito raccontare con circospezione nelle nottate della mia gioventù, ma non ho mai visto apparire. Neanche tutti i miei amici, tanto da farmi legittimamente dubitare che sia mai esistito davvero.

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  2. Che meraviglia la leggerezza di Erodaria….post amabilissimo! Ho sorriso molto e ho conosciuto questo lato di te…qualcosa avevo intuito dalla frequenza con cui prendi la macchina…da quando ci conosciamo….MAI 🙂 un abbraccio

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  3. Bello il tuo racconto in terza persona. Sarà che alla guida tu non ti senti ancora tu?
    Per me è stato peggio: quando ho preso la patente, molti anni fa, appena scesa dall’auto su cui avevo fatto l’esame di guida, ho giurato a me stessa che non avrei più guidato. Ed è ciò che ho fatto.
    Se ti vuoi divertire cerca nel mio blog l’articolo “La patente”…

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