La focaccia di nonna A

Nella parola tradizione suonano insieme il senso del ricevere dal passato, custodire nel presente, consegnare al futuro. È lasciarsi attraversare attivamente da qualche cosa di tanto prezioso da essere portato di palmo in palmo al di sopra delle nostre stesse vite, perché sopravviva alla nostra transitorietà singolare e appartenga ad un senso più collettivo di esistenza. È come se la tradizione presupponesse un noi e si servisse per riuscire a realizzarlo di tutti i piccoli io. Il noi che mi piace è un noi che trascende il tempo, sì, ma anche lo spazio. È un noi così grande che non ha nemmeno un voi. Dove le cose preziose si consegnano alle nuove mani che le porteranno, indipendentemente dal luogo da cui queste provengano. Ultimamente mi chiedo se ne ho anche io di tradizioni in mano e siccome mi viene davvero difficile rispondermi, mi chiedo se ne sono sprovvista o, al contrario talmente impregnata, da non riuscire a metterle a fuoco per eccesso di vicinanza.

Ho ricevuto il mio imprinting culinario da mia nonna A, con cui ho vissuto per i primi quindici anni della mia vita. Amava cucinare e, soprattutto per le preparazioni speciali, accadeva che fossi partecipe delle operazioni di preparazione. Il primo prodotto commestibile che, a mia memoria, sia uscito dalle mie manine, sono stati dei gnocchi di patate. Lei li impastava sull’asse di legno che occupava metà del tavolo della cucina, poi tagliava l’impasto in piccoli panetti, che diventavano prima salsicciotti sotto le mie dita formatesi alla scuola del pongo, e poi tocchetti, a cui davo la forma di conchiglia facendoli rotolare sui rebbi di una forchetta con una lieve pressione del pollice.

Cucinavamo anche le torte. Fra tutte la più speciale, a causa della sua lavorazione prolungata e delle sue radici nelle tradizioni familiari anziché in un anonimo ricettario, era la “fugassa dar carsent”, la focaccia dolce col lievito di birra. Per quella non c’era ricetta scritta e mia nonna A se n’è andata senza lasciare memoria certa delle dosi. Per decenni è rimasta, quindi, chiusa dentro a un ricordo, senza poterla replicare. Sabato scorso, dopo tanto pensare, ci ho provato. Ho seguito una ricetta trovata sul web (la focaccia dolce della nonna A è infatti una delle tantissime varianti che ci sono sul territorio regionale e forse non solo), cercando di amalgamare insieme agli ingredienti indicati anche quegli elementi che sono riuscita a trattenere nella memoria: ricoprire l’impasto con un canovaccio e metterlo sul calorifero caldo, ricoprire la superficie di zucchero semolato, aggiungere un pizzico di sale, impastare a lungo senza fretta, aspettare con calma l’avvenuta lievitazione.

Dopo tante ore, o forse erano anni, è tornato il gusto di quella nostra piccola tradizione e con lei tutto il bene che ci abbiamo impastato insieme che, comunque, è la tradizione che sopra ogni cosa ho in animo di trasmettere al futuro.

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