Ho imparato

Da tre anni a questa parte, partecipo a un corso che forse mai avrei creduto di fare, come la maggior parte delle cose che in effetti si fanno. Nel senso che, poi, a pensarci bene, sono davvero poche le cose, tra quelle che fai, che avevi messo in conto e poche, tra le cose pensate, quelle che si mettano realmente in pratica.

La mia parte di corso è ogni anno di trenta ore, queste sono quelle che annoto sui registri.

Ma quelle trenta ore diventano il doppio, se ci aggiungo tutti gli incontri di revisione del loro lavoro. Si trasformano in giorni, se conto quanto ci metto a prepararmi al meglio. E notti, se ci metto anche le intuizioni che mi appunto che dirò loro alla prima occasione, nuovi legami tra i vecchi concetti, errori miei da rettificare, passaggi sui quali fare attenzione, materiale mai usato a cui attingere. Diventano mesi se ci metto il tempo in cui mi accompagna il loro ricordo, e anni, ora che ne sono davvero passati dai primi studenti che ho conosciuto. Li ricordo, ho in mente i loro nomi, i capelli ricciuti e quelli lisci, i volti emaciati, il modo di vestire, i dettagli dei loro disegni, le domande che mi hanno fatto, qualche frase. Trenta ore servono, almeno a me, ad accendere un legame, al momento indimenticabile, memorabile nel senso profondo di questa parola. Qualcosa che si fa ricordare.

Da questo e dagli altri corsi a cui ho prestato servizio ho imparato diverse cose su quello che mi sta veramente più a cuore, che sono le relazioni umane. La prima è che trenta ore non mi bastano.

Ma c’è dell’altro.

Ho imparato che in tutte le esperienze che valgono, occorre sentirsi vicini per far funzionare le cose. E per sentirsi vicini bisogna chiamarsi per nome. I nomi che mi mettono più in difficoltà sono quelli dei ragazzi dell’estremo oriente, con loro mi ci devo mettere davvero di impegno, ma sono felice quando ce la faccio. Certo, in presenza era meglio, ma ce la metto tutta anche da lontano, coi fusi orari, le webcam sghembe, le cattive connessioni e tutto il resto. Alla fine del corso, e quest’anno ci siamo quasi, i nomi li so tutti. Non è un esercizio di stile, ma di relazione, a cui non potrei sottrarmi.
In trenta ore, anche se lentamente diventano in me anni, riesco a fare questo.
Ma ho imparato che per essere davvero vicini, non basta. Bisogna prestare attenzione all’altro, sapere qualcosa di lui, afferrare elementi a cui interessarsi con onestà. Sono terribilmente banale, lo so. La propria attenzione è tra i più antichi doni che un uomo possa concedere ad un suo simile, qualsiasi siano le età di ciascuno. Quel che di nuovo so, o forse nuovo non è, è che nei tempi elettronici che viviamo, stare attenti all’altro è diventata una forma distillata e pura di dedizione. Perché per dare attenzione a un altro, non basta più distoglierti da te stesso e dalla realtà che ti circonda, ma anche da tutto quello scintillio di notifiche che ti offre il suo canto mortalmente seducente.
Ma quel che è ancora più alto -l’ho capito a mie spese sentendolo mancare- è accordare all’altro la sua libertà di cambiare. Che meraviglia la nonna che ti prepara sempre il tuo piatto preferito di quando avevi otto anni, anche se ne hai trentasei, vero? Ma quanto magnificamente potente è quella nonna che sa che adesso ti piace anche qualcos’altro e poi ancora un’altra cosa, e di domenica in domenica segue con i suoi piatti chi sei, chi stai diventando? Essere vicini è sapere che stai cambiando, rimanere agganciato alle persone come sono, non come erano.

E passeranno trenta ore, i giorni, le notti, e passeranno anche gli anni, ma quelle relazioni, quelle no, non diventeranno mai vecchie.

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