La mia poetica

Dopo sei anni di blog, una manciata di racconti e tanti, tantissimi pensieri letterari (tutto mi sembra letteratura, sono affetta da una malattia per cui immediatamente mi si materializzano in testa delle scene, che poi non scrivo mai, ma ogni volta mi sembrano meritevoli di immortalità) ho capito che anche io ho la mia poetica, che detta così sembra persino una bella cosa, ma alla fine quello che intendo è che giro sempre e soltanto sugli stessi argomenti.

Per esempio, un numero incredibile di anni fa avevo già capito nel profondo delle cose, che scrivo solo oggi dentro ad una lettera ufficiale di legittima espirazione e mentre la scrivo sento una canzone che sentivo un numero imbarazzante di anni fa, quando di anni ne avevo meno della metà di oggi. La sento in loop nella sua versione originale e in un meraviglioso rifacimento corale e mi sento ancora così come mi sentivo a diciassette anni quando pensavo al ragazzo – più grande, inarrivabile- di cui fingevo di essere amica, ma di cui ero innamorata neanche troppo segretamente a ripensarci ora, vedendolo perfetto di fronte al mio essere strana. Anche oggi mi sento strana, mi sento di non appartenere a un posto, in modo diverso da quando ero anagraficamente adolescente, ma in fondo la mia cazzo di poetica è sempre la stessa.

Penso ancora e sempre che la vita è come uno se la racconta e che quello che ci ferisce non viene dagli altri, ma dall’eco che le parole degli altri producono dentro a noi stessi. Sono sempre io la più stronza giudice di me stessa, anche quando attribuisco per errore il giudizio alle parole altrui, so che sono sempre io quella che si valuta, si condanna, non si assolve con facilità, si spinge in avanti cercando un qualcosa che assomigli all’essere brava. Ma sono ancora e sempre io quella che questiona i metri di valutazione, perché non accetto di essere né brava né cattiva.

A proposito di filtri letterari alla vita, di gente che come me si fa i film in testa di continuo, nel senso che gira con un’ipotetica macchina da presa conficcata nel lobo frontale del cervello, sempre che ce ne sia uno ma non ho voglia di cercare su google, ecco, insomma m’è presa di recente questa ossessione per i capelli mossi. Seguo un metodo, guardo tutorial, scambio foto e messaggi con le amiche ricce, compro prodotti senza alcool e siliconi, posto autoscatti dei giorni di chiome migliori, mi sono convinta che la mia chioma lasciata riccia sia la grande metafora del mio cambiamento. Sono diventata riccia e nello stesso momento do uno scossone alla me che lavora. A tratti ci scriverei quasi un romanzo ed è la metafora più inflazionata della storia della donna, quella che i capelli si cambino per cambiare vita. Cazzo di poetica banale.

Piove di temporali quasi tropicali in questi giorni, e sono vaccinata. La gente scrive di temporali tropicali e di vaccini sui social, anche se quelli che li leggeranno avranno vissuto lo stesso temporale e gli stessi vaccini e di norma non gliene fregherà niente. Mi ci annoio, mi annoio nelle conversazioni banali, mi annoio anche da sola. Oggi sono andata a lezione – l’ultima o quasi- mi sono guardata allo specchio ed ero una compilation di luoghi comuni radical chic: il bracciale giallo di una causa umanitaria altissima (così alta che il mio radical chicchismo dovrebbe sbiancare e nascondersi in borsa), una borsa rainbow loveislove per le sacrosante istanze di uguaglianza e una T-shirt per i porti aperti e l’accoglienza degli immigrati. In pratica vado in giro come una macchina con sulla fiancata le pubblicità della pizzeria, poi compro nelle catene di fast fashion e nei colossi dell’e-commerce. Sono io la più stronza. Parlo troppo, continuo a parlare male, a nascondermi pensieri, a essere superficiale, a chiedermi se invecchierò così povera di spirito o un giorno mi deciderò a diventare grande in modo sensato.

Continuo a sentirmi vecchia e giovane a giorni alterni, a stare a dieta un giorno per poter mangiare quello che voglio il successivo, a sbaciucchiare le mie bambine per poi ogni tanto sbroccare se mi stanno troppo addosso, procedo a zigzag, è anche un periodo che scrivo come un in disordinato flusso di coscienza, non smetto di chiedermi perché non trovo la giusta causa per la quale provare a cambiare il mio modo di pensare, farmi cogliere da nuovi pensieri, scoprire una poetica non dico brillante, ma un po’ meno ordinaria.

2 pensieri su “La mia poetica

  1. “Continuo a sentirmi vecchia e giovane a giorni alterni”…a giorni compirò 73 anni e entrerò nel mio settantaquattresimo anno di vita: a giorni mi sembra di averne più di cento, altri credo di essere regredita a sedici…

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