Sogni belli

Da ragazza amavo studiare e leggere, ma non amavo che gli altri pensassero di me che questa inclinazione fosse dominante nella mia acerba esistenza. Il ragazzo che idealizzavo allora e della cui immagine, non della sua persona, mi ero convinta di essere perdutamente innamorata, andava dicendo che la vita non si impara sui libri, ma con l’esperienza e questo non faceva che acuire la mia vergogna di fronte al piacere dello studio e della lettura. Già grande, grazie alla newsletter di un sito di previsioni meteo (!) ho scoperto, prima ancora che nella lettera ad Augusto Monti da cui proviene, una meravigliosa frase di Pavese, che mi ha consegnato un ideale senso di appartenenza. Ma alla fin fine, se lo debbo dire, io penso che a dischiudermi la vita sono stati in gran parte i libri.

I libri, non solo loro, anche i racconti, i saggi, gli articoli, le conversazioni belle, i pensieri strutturati, le emozioni svelate, ecco cosa mi ha dischiuso in gran parte la vita finora. Insieme alle esperienze, certo. Ho trovato pezzi di senso come sassolini nel bosco nero, proprio dentro alle parole degli altri, spesso quelle scritte nei testi perché arrivano ai lettori dopo essere state lungamente incubate da chi le ha pensate, poi scritte, poi rilette e riscritte, e poi limate da chi le ha valutate pubblicabili, e quindi sono levigate anche quando pungenti, hanno preso la forma giusta per essere assunte da altri, come una pillola che per essere inghiottita deve avere la giusta ergonomia.

Leggo e sono, sono sempre di più dopo ogni lettura, attraverso l’alternarsi di un senso di profonda estraneità che mi suscitano alcune storie e di incredibile comunione che invece accendono alcune altre. Le storie sono specchi nei quali ritrovo le immagini nitide dei turbamenti indefiniti che mi agitano. A volte sono delle immagini che mi fulminano all’improvviso, dominata da un senso di tragedia imminente. Ecco cosa sono ultimamente e sono grata a quell’autore ignaro che ha infilato queste sette parole nel giusto ordine per far scattare in me la lucidità e il desiderio di spegnere questa inquietudine. Non può dominarmi, ora che le do un nome. E ancora, il senso di non appartenenza che può, in una specie di paradosso ma neanche troppo, diventare lui stesso motivo di appartenenza. Non sentirsi soli quando si dice basta a un mondo che non ho avuto la forza di cambiare, questo l’ho trovato nelle conversazioni con le persone, ma anche in una storia, e forse in più d’una. Chissà se è un vizio di carattere, o un vizio culturale, o un vizio umano, il non voler sentirsi soli, il desiderio di essere simile a qualcuno.

Nei miei sogni maturi, quelli di oggi, sono spesso turbata, anzi lo sono quasi sempre, come se, a differenza della gioventù, nei desideri consci e inconsci ci fossero più pericoli che promesse. Mi chiedo se è questo quello che si prova da adulti, o se la mia è una vena di depressione dovuta al tempo del covid, al lutto improvviso che ha colpito il mio gruppo di lavoro l’anno scorso, al mio incerto ma desiderato futuro lavorativo. Mi chiedo se tornerò a sognare il futuro con la stessa trepidazione di quando, da ragazza, avevo più paura della realtà e mi rifugiavo nel desiderio immaginando un avvenire meraviglioso o se diventare grandi è essere semplicemente più forti mentre si è svegli, più capaci di affrontare la realtà, ma maledettamente più deboli quando si sogna, zoppicanti nel sapersi immaginare. Di nuovo, la guardo in faccia questa debolezza e dico no, non vincerai tu, io voglio essere una che è capace di sogni belli, anche adesso che un po’ grande lo sono già.

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