C’è stata una sera di qualche settimana fa durante la quale ho strisciato volontariamente per circa mezz’ora su un parquet sporco di polvere e foglie secche. Il maestro di teatro ci aveva chiesto di provare ad immedesimarci in un animale, ma di non sceglierlo volontariamente, di provare a concentrarci e lasciarci prendere da una creatura in maniera il più possibile spontanea e irrazionale. Siccome ero riuscita (miracolosamente per me) a fare così in altri esercizi di settimane precedenti, dove ho atteso un’ispirazione improvvisa cercando di ripulire la mente dalla mia ferrea ragione, ho cercato di attenermi alla consegna. E così, mentre intorno a me la sala si popolava di feroci tigri, teneri gattini e lama sputacchiosi, io mi sono ritrovata a muovermi rasoterra, inarcando la schiena a ponte e strisciando. A volte, se mi si avvicinava un altro animale mi acciambellavo proteggendo la testa, poi, guardinga e lenta, ripartivo. Gli altri interagivano animatamente, come si confà nella quotidiana dinamica di prede e predatori, io strisciavo e mi nascondevo. È stata una lunga mezz’ora, in effetti, ma non ho avuto nessun dubbio sulla creatura che mi domandava la trasformazione. Poi, nei giorni successivi mi sono chiesta ripetutamente perché un bruco, un bruco senza particolari aspettative aggiungerei, un bruco che in mezz’ora non ha mai nemmeno pensato di trasformarsi in farfalla.
Qualche giorno fa ho rivisto una persona che frequentavo ai tempi del liceo. A un certo punto della conversazione mi ha detto: “Ah, fai la maestra? Al liceo ero convinta che, invece, avresti fatto cose grandi”. Ma come, persona che frequentavo ai tempi del liceo, non lo sai che L è appena riuscita a pronunciare il suono GI dopo settimane di laboriosi tentativi? Cosa intendi tu per cose grandi? Non lo sai che ogni giorno mi sembra di affrontare il Tor de Geants per cercare di convincere una manciata di ostinati bambini ad essere gentili l’uno con l’altro? E guarda che 330 km in altura una giornata dopo l’altra sono faticosi, si avvicinano ad essere una cosa grande.
Poi, certo, mi capita di sentire complimenti come “sei un grande” o “sei una grande” per aver vinto un piccolo bando competitivo per un progetto in università, invece che per aver fatto trascorrere ai bambini una bella giornata nel bosco, o esser riusciti a sospendere i conflitti per il tempo necessario a scrivere una storia.
Mi succede una cosa strana, su questo fronte. Da una parte professionalmente sono dove sento che sia per me giusto essere, nonostante le tante fatiche. Ma al contempo, mi dispiace vivere in un contesto in cui educare alla gentilezza, alla condivisione, alla cooperazione, o anche semplicemente, educare e basta, è considerata una cosa di poco significato. In un mondo in cui il sangue si vendica con ancora più sangue, in cui gli indicatori di successo della vita non hanno quasi mai a che fare con il rispetto, il pudore, l’apertura, il servizio.
Come mai prima d’ora, mi sento a pieno titolo “Reine de rien”.
Ho scelto con consapevolezza e sono orgogliosa di essere regina di niente, sono contenta di abitare le piccole cose. Contemporaneamente, sono “operaia del grande”, a servizio di una causa che è talmente alta che non la vedo né la vedrò mai.
Spesso arranco, perdo, tradisco e fallisco, ma non mi stanco di inseguire il sogno di un’umanità migliore di me, anche lei a servizio delle cose che grandi lo sono veramente. Chissà perché scrivo queste cose, se sono alla ricerca di una qualche approvazione, o se è solo il mio modo per riuscire a dirmi che non è male inarcarsi e strisciare se sto facendo il mio pezzettino per una cosa che sento profondamente giusta, a costo anche di non essere mai farfalla.
