Avere uno spazio di scrittura personale è un aspetto tra i tanti che ho un po’ accantonato in questi lunghi cinque anni di quella che chiamo la mia nuova università, quando devo distinguere questa o quella tal amicizia o esperienza dalla mia prima esperienza di formazione accademica (che ormai mi sembra lontana anni-luce, ma forse perché è semplicemente una mia parte costitutiva amalgamata e indistinguibile da tutto il resto; forse, dico). Il 2026 sarà l’anno della sperabile seconda laurea e, sempre sperabilmente, con orgoglio forse potrò persino laurearmi in estate, mentre la prima tesi portava con sé una sperimentazione che aveva spostato a dicembre l’esame finale. Tra un paio di giorni compirò gli anni e forse è un bene per un animo incline all’autodecifrazione continua quello di tirare le somme e far propositi in un colpo solo, senza diluire il colpo tra il Capodanno e il compleanno (comunque arrivano l’estate e poi pure settembre a costringermi a periodiche rese dei conti).
E, insomma, ho di nuovo voglia di scrivere e di leggere cose belle e di disegnare e questo mi fa sentire un certo senso di ritrovar me stessa e mi fa chiedere a questo nuovo anno: per favore assomigliami almeno un po’. Gli ultimi anni mi hanno portato molto fuori dalle mie consuete stanze, quelle dove cerchi meticolosamente rifugio dai venti e, sebbene, le stanze tempestose che ho scoperto fossero sempre mie, ogni tanto è di sollievo mettersi a sedere nell’ordinario. Perché quando qualcuno arriva e accende all’improvviso la luce, quella luce fa male agli occhi e io, ogni tanto, voglio ancora una penombra sincera.
Come dice l’autrice di una delle mie newsletter preferite (consiglio ad ogni buon cuore, ma soprattutto ai cuori torinesi anni Novanta di iscriversi: https://mailchi.mp/5bbdaeabbfd8/missive-from-whatever-14191994?e=e01e0ac428), quest’anno potrebbe essere quello della manutenzione ordinaria, potrei davvero sedere e convincermi con pazienza che vado già bene così, che sono tutto sommato un’accettabile versione di me stessa. Pur nella certezza che sia una cosa ottima coltivare l’ordinario, so già che i miei sogni si rifugeranno nello straordinario, perché è una delle mie poche difese (o chiamiamole boe, o bustine di zucchero quando il glucosio va giù, come vi pare) quella di sperare alto.
Spererò, coltiverò, scriverò, disegnerò, sarò ordinaria cullando lo straordinario, dirò i no che mi aiuteranno finalmente a crescere, proteggerò, penserò al futuro e che il passato si metta il cuore in pace: oggi sono in grado di dire è andata così. Nessun anno mi salverà, ma il sole là fermo e noi che giriamo e ogni volta il giro è uguale ma noi siamo diversi ci dà l’illusione di, e invece no: anche quest’anno, la piena luce, la penombra, le stanze riparo dei venti, l’anno che mi somiglia, le tempeste, le bustine di zucchero, ecco, insomma, sono io che ti do la mano, futuro, e vediamo di fare, insieme, un lavoro accettabile (ma anche audace e poetico e luminoso e lento e denso di speranza e vero).
