I nonni dei miei nonni

Sono anni che ho il desiderio di costruire un albero genealogico per Mademoiselle C, Signorina A e Miss T. Ho scaricato un software gratuito, ma il proposito non ha ancora preso una forma reale. Quell’albero che per ora solo immagino, so che sarà folto di organi sotterranei e mi piacerebbe poter associare ad ogni porzione di radice la sua storia. Le storie che custodisco arrivano fino ad alcuni tra i nonni dei miei nonni. È un regalo che mi hanno fatto le mie nonne: consegnarmi questi pezzetti di vita, perché alla fine, in un qualche tempo imprecisato del futuro, io potessi collocarli tra le radici che nutrono quei tre frutti preziosi, i quali a loro volta custodiscono i semi che le veicoleranno in un domani che sta ancora un po’ più in là.

Come tutti, sono nata da quattro nonni.

Edoardo è morto prima di vedere sua figlia -mia madre- pedalare in bicicletta in autonomia, quando era ben più giovane di quanto sia io ora. Trentun’anni, scivolato dal predellino del treno che guidava, con mia nonna a casa che preparava le valigie per una piccola vacanza al mare. È stato padre per poco, non poteva nemmeno immaginarsi nonno, oggi sarebbe un bisnonno ancora verosimilmente in vita, non fosse che manca da questo mondo da oltre sessant’anni. Se so qualcosa di una delle sue nonne è per mia madre, che l’ha conosciuta. Lodovina, ultranovantenne, diceva alla sua bisnipotina che sarebbe morta d’inverno, consegnandole l’immagine della morte- che lei chiamava affettuosamente “Caterina”- non di nero vestita, ma candida come la neve di gennaio.

Mia nonna Gina, che ho avuto fino a trentun’anni (questa volta miei), non mi parlava dei suoi nonni, non so dire se li avesse conosciuti. Cerco e cerco ma non ritrovo nemmeno suoi racconti intorno ai nonni di suo marito, mio nonno Erminio. Lui lo ricordo per qualche piccolo frammento. Una corsa intorno al tavolo di vetro beige del soggiorno, lui seduto a capotavola, il suo viso pallido e allo stesso tempo olivastro fare contrasto con le lenzuola di un letto di ospedale, la sua bara in sala, con me e Ilaria, mia cugina, che danzavamo festanti, intorno. Pensavamo che la morte non fosse né nera né bianca, ma forse a colori. A tre anni mi sa che si può.

Mia nonna Angelica, invece, mi ha parlato a lungo delle sue nonne. Una non l’ha mai conosciuta, ma la rendeva orgogliosa. Si chiamava Angelica, come lei e come Signorina A. Nei racconti era semplicemente bellissima. Prima della tisi, s’intende. Aveva lunghi, copiosi e ondulati capelli rossi, che lei, mia nonna, sperava di rivedere in ogni pancione delle generazioni successive. Invece il carattere si è rannicchiato in qualche piccola nuance che solo il sole sa far risaltare ogni tanto in qualche discendente. Ma lei, mia nonna Angelica, aveva vissuto e amato molto, su tutte. la sua nonna materna, Ernestina.

Di lei so molte cose, alcune le ho persino usate nel mio primo esercizio di scrittura seria. Da bambina aveva visto la Madonna, così raccontava lei, piccola analfabeta e orfana di padre, che si era imbattuta in una signora elegante e luminosa, mentre attingeva acqua a una fonte. Le sue nipoti l’avevano battezzata “la nonìciula” e anche a oltre i loro settant’anni non smettevano, nei ricordi, di chiamarla così. Qualche pittore della zona l’ha ritratta in un dipinto, oggi a casa dei miei genitori, con uno sguardo enigmatico che ne fa una specie di ottuagenaria Monnalisa nostrana, che oggi spaventa un po’ i quadrisnipoti che percorrono quel tratto di corridoio buio accelerando il passo. E pensare che aveva visto la Madonna.

E poi c’era lei, l’anello di congiunzione tra il mio ramo materno e il mio ramo paterno. La nonna materna di mio nonno Edoardo, Caterina, era un’orfana cui avevano dato un cognome di fantasia: Zea. Un nome inventato, che poi è il nome botanico del mais. Zea Caterina, già ragazzina, fu presa a vivere (non proprio adottata, allora si poteva anche fare così) da una coppia di coniugi, non sterile, ma i cui figli, neonati, non riuscivano a sopravvivere. Con la piccola Caterina in casa, invece, accadde una specie di miracolo. Riuscì a sopravvivere un’unica bambina, Rosa, che sarebbe diventata la mamma di mio nonno Erminio. Le due famiglie si unirono allora, in quelle due sorellastre o quasi, molto prima che nel mio DNA. Quanto a quei bimbi non sopravvissuti, quattro di loro erano in coppia gemellare. Per cui, alla fatidica domanda “c’è qualcuno in famiglia che ha già avuto gemelli?” posso rispondere -grazie alla cura di queste radici così antiche- che “sì, la nonna di mio nonno”.

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