confusamente commossa

Nelle ultime settimane ho assistito ad alcune buone conversazioni, incontrato delle storie che mi hanno attratta e spostata di qualche millimetro in là, letto qualcosa di commovente e registrato alcune immagini che mi hanno sedotta.

Mi sento confusamente commossa per tutte queste cose messe insieme.

Prima di Natale passa al lavoro per un seminario un ex-collega che lavora da oltre dieci anni in Australia. Prima di andare a sentire il suo intervento dico alle mie colleghe giovani che non lo hanno ancora mai incontrato che si tratta di una delle persone più ciniche e politically incorrect che conosca e che questi due tratti si mescolano con un umorismo che lo rende, suo malgrado, piuttosto irresistibile. Mentre fa il suo seminario lo scopro emozionato di parlare a questo pubblico che in passato per lui è stato familiare. Ad un mio interventorisponde “Grazie, Daria“. Dopo, quando salutiamo mi dice che cazzo, sì, le leggo le cose che scrivi, ma cazzo, poi non le leggo perché sei così politically correct, parli di cose sdolcinate, mi rompo le balle, perché le cose non sono come le dici tu, le cose in verità fanno più schifo. Mi dispiace, R, nel caso tu stia leggendo questo post per nostalgia di questi posti, sappi che a me il tuo ostinato cinismo mi fa una tenerezza intercontinentale, sarà perché ero Daria, vai a capire.

Durante un pranzo dei giorni che hanno seguito il Natale, il saggio amico A ha condiviso con me il disagio del riempirsi di cose da fare. Avremmo deciso, di comune accordo, di usare come piccolo antidoto quello di evitare di chiedere agli amici cosa faranno nel weekend.
Forse ipersensibilizzata da questaconversazione, mi sono accorta, nei giorni seguenti, che, durante le vacanze di Natale, imperversavano sui social foto di nuovi paesaggi, cose fatte, mete, esperienze. Che ansia di fare e farlo vedere.

L’altra mattina sul presto sono andata in banca a fare un’operazione che non avevo mai fatto in vita mia. Ho atteso il mio numero seduta davanti alle casse. In una di queste, un uomo canuto con la barba lunga e una felpa blu oversize del tutto informale e fuori da quel contesto di impiegate finemente vestite, ha salutato con un sorriso e una battuta tutti i numerosi colleghi che hanno preso servizio a quell’ora, creando un clima di serena allegria. In banca, un martedì mattina gelato, di ritorno dalla pausa natalizia.

L’altra sera, sul pomeriggio tardi, mentre ero in auto, mi sono fermata per far passare una signora anziana, coi capelli ondulati con la tipica piega da bigodini e le scarpe morbide eleganti ma pur sempre ortopediche, che fumava con disinvoltura una sigaretta sottile. Mi ha fatto lo stesso effetto di piacevole sorpresa di un uomo di responsabilità che gira con una vecchia utilitaria, di una donna che guida una ingombrante auto familiare mentre il marito le siede tranquillo accanto.

Due giorni fa, ho partecipato al rosario di I, una signora sempre sorridente che ho sempre incontrato nella mia parrocchia di origine e che, a mia memoria, ha sempre sorriso, almeno quando la guardavo io da quarant’anni a questa parte. Dalle testimonianze belle e calde di chi l’ha conosciuta a fondo, ho scoperto che trascorreva qualche pomeriggio la settimana, da moltissimi anni, a fare visita alle donne anziane sole, tenendo loro compagnia, lavandole, ascoltandole. E non solo loro. Pensavo che queste cose, l’attenzione verso gli altri che ha valore per sé, anche senza farlo sapere troppo in giro, esistessero solo nei libri, in una società che non esiste più, e, invece, no. Che se uno lo desidera, può fare nel piccolo cose grandi. E che le dimensioni sono relative.

Il giorno del mio compleanno, ho visitato una mostra dedicata a Vivian Maier e la sua storia personale è così speciale che ti prende senza che sia necessaria capirla. La foto del post è la sua, ma ne ha fatte a migliaia, tutte da guardare.

Miss T, durante la notte di Capodanno, guarda a naso in su il palloncino luminoso che ha appena lasciato andare dalle sue manine. “Miss T, hai espresso un desiderio?”, le chiedo. “Sì, l’ho spremuto”, ha risposto lei, rivelandomi non tanto un’imprecisione grammaticale quanto un’attitudine verso i sogni.

Mi chiedo che senso abbia raccontarne. L’ho detto, sono confusa. Eppure questo senso c’è e, anche se non troppo nitido, ogni tanto mi pare di intravederlo.

2 pensieri su “confusamente commossa

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