Appena prima di entrare nell’ufficio postale, una donna velata, dietro una elegante montatura di occhiali da vista, mi sorride con tutto quello che il suo viso ha a disposizione: labbra, denti, gote, occhi. Ha in mano una tesserina gialla e mi chiede, a gesti, di aiutarla a fare le operazioni che le serviranno per sapere il saldo del suo conto e di prelevare una sommetta. Nell’altra mano stringe un piccolo foglietto di carta ripiegato intorno al suo codice segreto. Sono un po’ imbarazzata da quel suo affidarsi a me senza paura. Sorrido anche io con quello che ho e iniziamo le operazioni. Non ci vuole che qualche minuto, al termine del quale, la donna mi saluta aggiungendo ai suoi sorrisi dei baci affidati alla sua mano usata come trampolino per arrivare fino a me. E, infatti, quei baci arrivano a me, eccome.
Mi congedo dalla donna e mi volto, quindi, verso il bussolotto di entrata nell’ufficio postale, dove sta aspettando il mio istruttore di guida. Lui mi riconosce, come sempre, e con fare gioviale, mi cede il posto davanti a lui per entrare. Gli dico che non è il caso, lui insiste e con gentilezza mi dice che non c’è fretta e che è una cosa normale che lui mi ceda il passo. Di nuovo sono imbarazzata di fronte a questa disposizione inusuale di una persona nei miei confronti.
Dentro ad una vecchia poesia, non destinata nelle intenzioni alla mia lettura né a quella di anima viva e forse proprio per questo ancora più misteriosamente preziosa, ho incontrato un’immagine che, come succede qualche volta con le parole, non mi abbandona da quando, settimane fa, l’ho letta per la prima volta. Erpici profondi/ frugano ancora/ nel cuore bambino/ e muovono appena
la terra antica/ dei sogni perduti/ anche ora/ mentre bevo/ il caffè del mattino dicono quelle parole che leggo con il delicato imbarazzo di chi sa di non averne il permesso. Gli erpici mi sembrano una gentilezza, un modo per arrivare alle profondità più antiche del cuore senza sconvolgerne le naturali stratificazioni, evitando il grossolano rivoltare dell’aratro. Mi accompagna dalla prima lettura la gentilezza di rimanere in contatto coi sogni profondi, avendo cura di non contaminarli troppo con le stratificazioni successive e con il presente, ma sapendo che loro se ne stanno lì, caldi, al sicuro, dove il presente può ancora affondare le sue radici e trarne vita.
Le gentilezze mi imbarazzano, ultimamente, a quanto pare. Ma sono sempre felice di saperle vedere, raccogliere e tenere con me.
[illustrazione di Dyu Huynh]

Aneddoto delizioso. Da apprezzare anche lo spunto poetico finale e la riflessione sugli erpici. Una piccola bella sorpresa 🙂
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