Il disordine che si è

Una manciata di minuti di silenzio molto profondo, di venerdì.

La voce ruvida e quasi rozza di un uomo canuto e spettinato, che si gira verso la moglie e pronuncia, al suo solo indirizzo:”E con il tuo spirito”, desiderandole la pace.

Il cioccolato dell’anno scorso ancora in frigo.

Tre frasi, emerse in modi diversi, che mi hanno raggiunta come ad aiutarmi a capire dove sono, in tanti modi diversi, in questo momento:

“Mi sono risolto.
Mi sono voltato indietro.
Ho scorto
uno per uno negli occhi
i miei assassini.
Hanno tutti quanti – il mio volto.”

(da Il franco cacciatore, Giorgio Caproni)

“Vi sono due tipi di silenzio. Il primo è il silenzio esteriore. Avviene attraverso l’attenuazione dei cinque sensi, voce, vista, suono, tatto, gusto. Ci si distacca lentamente, e in questo modo si entra in minima interazione con ciò che sta al di fuori di noi.
Il secondo è un silenzio più profondo. Avviene all’interno del cuore ed è infinito. Dà pace ed è fonte di saggezza e serenità. In sanscrito è chiamato mauna, che non significa solamente non parlare, ma è anche la capacità di ascoltare il silenzio che è dentro il nostro cuore”.

(da Il monaco che amava i gatti, di Corrado Debiasi)

“Parcheggiano in un cortile interno. È buio, quasi le otto. Alcuni infermieri che hanno smontato decomprimono fumando un’ultima sigaretta tra simili, prima di buttarsi nel mondo oltre il cancello. La stessa cosa che fanno i poliziotti, le guardie carcerarie, i missionari, le maestre e quelli che stanno qualche centimetro più vicini degli altri al male e al dolore privi di risposte”.
(da La vita paga il sabato, di Davide Longo)

I trentatrè nomi di Dio, di Marguerite Yourcenar, scritti poco prima di morire e che proprio non conoscevo.

Il verbo “inverare”, che non riesco a declinare in nessuna frase. Mi limito, perciò, a desiderarlo.

Un bosco al crepuscolo, “fare sicura” per la prima volta, l’imperterrita paura di far male, la gioia riflessa, il guardarmi ostinatamente con giudizio, l’autoironia a tratti sempre più lontani, il desiderio di fare qualcosa ogni tanto che mi somigli, trovare quella somiglianza nell’inatteso.

I racconti sinceri, quel bagliore che scalda che è il privilegio di accogliere una parte nascosta dell’altro. L’ascolto profondo, rarissimo, quasi un’illusione. La caparbia inutilità delle aspettative.

Gli echi delle vite passate, nel sogno, in qualche messaggio che costa poco o forse un po’, ogni tanto nella realtà. L’incapacità di tenere incarnato il cambiamento.

La sabbia del Sahara poggiata sulla ringhiera verde asciugata della pioggia di giorni dal vento di oggi.

L’ostinazione di annotare cose, anche nell’incapacità di metterle insieme, provando ad accettare forse anche in fondo il disordine che si è.

Un pensiero su “Il disordine che si è

  1. “L’ostinazione di annotare cose” mi ci riconosco in questa ostinazione di mettere sulla carta pensieri e riflessioni, da ricordare più a me stessa che ad altri. Un bisogno dettato forse dalla solitudine, o un’abitudine prolungata dal tempo in cui la solitudine non c’era.

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