Curriculum vitae et soprannomorum

Suggerisco per ciascuno una veloce rispolverata dei soprannomi che il mondo a vario titolo vi ha affibbiato nel tempo. Una carrellata delle etichette onomastiche ricevute nel corso della propria esistenza. Ne si ricava filo rosso un po’ mattoide che attraversa varie stanze, anfratti e ripostigli del proprio passato. Un esercizio insospettabilmente divertente.

In ordine rigorosamente cronologico ascendente, sono stata:

Gioia. Così mi chiamava mia nonna A, supergiù così dovrebbe essere chiamata ogni creatura che metta piede sulla faccia della terra per almeno i primi dieci anni della sua esistenza.

Chiarucola. Nomignolo affettuosamente orticolo con cui si è rivolto a me per anni mio zio P. Nella mia mente bambina risuonava piuttosto dolcemente, ma al contempo evocava preoccupanti trasformazioni delle estremità dei miei arti superiori in allegri mazzetti di insalata aromatica.

Chiappa. Una delle mille varianti del mio nome storpiato da quell’associazione a delinquere formata da mio fratello A e il suo amico S, entrambi maggiori di me di cinque anni. Per almeno un paio di lustri ho barattato la possibilità di giocare con loro con l’onere di dover sopportare nomignoli cazzari.

Chiaracchia. Pensate al vostro nome, provate a ripeterlo in un loop senza soluzione di continuità. Potrebbero derivarne nomi evocativi di eroi d’altri tempi (Corrado diventa l’impavido e spietato RadoKor), probabili nomi di farmaci (Silvia –> Viasil) o di malattie (Matteo –> Teoma), cognomi di vostri vicini di casa (Simone –> Monesi), città eterne (Omar–> Roma), verbi con troncatura poetica (Carlo –> Locar), addirittura piccole costruzioni sintattiche (Giulio –> Li ho giù). Potrebbe anche non succedere niente, vero Anna? Se però ti chiami Chiara, altro non puoi che accettare quel suono sgraziato che ti può parere una condanna: Racchia. Inutile specificare che anche questo soprannome è stato partorito dall’associazione a delinquere di cui sopra. Un’infanzia difficile.

Felipa. Questo mi deriva dal melmoso periodo delle medie, il viscido momento delle metamorfosi annunciate. Personalmente avrei desiderato ardentemente che invece dei brufoli mi fiorisse sulla pelle una fantasia floreale tale da attendere la fine della trasmigrazione dall’infanzia alla prima giovinezza nella veste di una tappezzeria. Tre anni di mimetismo assoluto con l’ambiente. Quel che desideravo era essere assolutamente e in ogni dettaglio uniforme a ciò che mi circondava. Il celeberrimo desiderio di essere come tutti. A quell’epoca andò per televisione uno sceneggiato (termine nowadays totalmente oscurato da quello di serie televisiva) dal titolo “Felipe ha gli occhi azzurri”. Una roba a suo modo pioniera, che aveva addirittura l’ardire di parlare di extracomuntiari, clandestinità e integrazione. Insomma, io avevo questa peculiarità contraria alla mia connaturata tensione all’essere tappezzeria, che era il colore non comune degli occhi. E sono diventata mio malgrado Felipa. Mi chiedo seriamente come mai, in tempi di assoluto sovrappolamento, un intero armadio di memoria sia occupato da questo ricordo così piccolo e insignificante.

Sclaire. La crasi tardoadolescenziale tra Claire e Sclerare. Qui ero già a tutti gli effetti Daria, Sclaire è Erodaria, insomma, il soprannome del mio cuore, il soprannome degli anni del liceo. Il soprannome che se ne rimarrà solo uno, alla fine è lui.

Chiù. La troncatura poetica del mio nome, il pascoliano assiuolo.

Le lavandaie. Arrivata all’università, ho avuto modo di incontrare alcune fervide menti ideatrici di soprannomi. Tra tutti F, alias Pecora (chi di soprannome ferisce…), l’uomo che per secoli sarà ricordato come l’ideatore del nomignolo Mettuto (vedi https://erodaria.wordpress.com/2015/05/26/il-ragionier-pantascella/). Colui che battezzò me e il manipolo di aspiranti agronome con cui allietavo le mie giornate Le lavandaie, per la nostra innata tendenza a, diciamo così, lavare i panni di tutti. Bei tempi andati. Oltre alle lavandaie, ricordiamo per amore di cronaca, i velisti, i jeanets, e altri ancora che solo chi c’era veramente può aiutarmi a riesumare.

Bert, Labert, ziabert. Quel che sono per lo più ora. images

9 pensieri su “Curriculum vitae et soprannomorum

  1. Dede, Dadà, Ratto (per l’associazione a delinquere dei miei compagni del liceo), Lince (il nomignolo attuale, è più facile che mi giri al suo richiamo che al mio vero nome), D e Dà per pochi della laurea magistrale…Dado per mio padre (con molta rabbia ogni volta che lo sento dire) ma rimango affettuosamente legato al mio animale preferito, la lince 🙂

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