Sfollati

Quando stavo alle media avevo un’anziana insegnante di artistica. Era molto bella, almeno così mi pare di ricordare. Magra, leggiadra, impettita, portava i capelli biondi sempre acconciati in perfette ponytail. Indossava quasi unicamente gonne a ruota, che conferivano alla sua andatura un non so che di danzereccio, che ad ogni modo metteva in assoluto secondo piano la dismetria delle sue gambe. Solo se la osservavi veramente a fondo capivi che non stava danzando, ma zoppicando. Era già piuttosto avanti con l’età ma conservava un indiscusso splendore.
Non ho mai avuto particolari doti artistiche. Anzi, se ben ricordo, le mie insegnanti delle elementari mi rubricavano come piuttosto inetta nel disegno. Ciononostante alle medie ero l’alunna preferita dell’insegnante di educazione artistica. Questo era un dato lampante, impossibile da nascondere. E l’evidenza della mia condizione non era data tanto dai miei risultati scolastici nella materia, quanto piuttosto dal fatto che durante l’intero triennio sono stata investita dell’onere di andare a reperire il materiale necessario nell’armadietto di lamiera nel corridoio antistante alle scale. La professoressa sistematicamente mi consegnava le chiavi e io avevo il permesso, anzi il compito, di uscire dalla classe per i cinque minuti necessari a portare in classe il necessario per la lezione del giorno, fossero acquarelli, tempere o prestigiosi Caran D’Ache.
Come solo chi non ha rimosso i suoi ricordi da preadolescente può comprendere a pieno, il fatto mi riempiva di vergogna.
Ero la cocca della professoressa, la ragazzina di fiducia. Insopportabile a dodici anni.
La ragione di questa predilezione era da ricercare nei miei natali. La professoressa, infatti, era di origine alessandrina, come la mia famiglia e, durante la seconda guerra mondiale, dalla città era stata sfollata nelle campagne dove viveva mia nonna Angelica, che lei conosceva bene. In quelle campagne, lei giovane e- immagino- ancor più bella, aveva trovato l’amore.
Il mio privilegio foriero di disagio preadolescenziale poggiava sui suoi ricordi di guerra, amore e gioventù.
Di racconti di sfollati ne conosco a bizzeffe, di questo e della guerra erano infarciti le storie di vita che attraverso la voce delle mie nonne hanno popolato la mia infanzia e prima gioventù. Gli sfollati erano persone che per un periodo di tempo lasciavano le loro case in città- a quanto ne so, soprattutto le città industriali del nord, bersaglio dei frequenti bombardamenti dell’aviazione militare- e si rifugiavano nelle più tranquille campagne. Da lì nascevano piccoli percorsi di vita comune, che spesso rimanevano indimenticati in chi li aveva vissuti. Tante volte ho visto mia nonna illuminarsi e iniziare una fitta conversazione densa di empatico trasporto con gente incontrata per caso al mare o al supermercato, con cui condivideva quel frammento di esistenza passata.
Si sa che ogni storia seminata nella mente di un bimbo prende delle vie strambe nelle praterie della sua immaginazione. Fatto sta che nella mia fantasia bambina, la guerra era un mostro pauroso, da cui tuttavia si poteva riuscire a scappare. Si poteva diventare sfollati ed essere accolti a braccia aperte in un qualche pacifico paese di campagna, dove sicuramente c’erano persone pronte a curare le ingiuste ferite inferte dalla guerra. Quando qualche volta la guerra diventava un pensiero di paura nei dormiveglia dopo il telegiornale delle otto, ecco che comparivano a salvarmi i volti pacifici di quelle ipotetiche persone che abitavano i luoghi di pace dove avrei trovato rifugio.
Le mie nonne non ci sono più, per cui ho già rimboccato le maniche per fare da fortino ai loro piccoli racconti di guerra, amore, gioventù e sfollati. Perchè mi sa proprio che c’è un filo tra gli sfollati di allora e gli sfollati, tanti, dei nostri telegiornali delle otto.

2 pensieri su “Sfollati

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