Case, cose, bici, nonne, tonni

I bambini a un certo punto fanno questa cosa qui che è imparare ad andare in bici senza rotelle.
Fino a un istante prima sei lì a reggere loro il sellino, motivandoli e rassicurandoli che l’impresa è pienamente alla loro portata. Poi improvvisamente loro accelerano, tu stai ancora un po’ lì a rincorrere il sellino dove ancora sta appesa la tua mano. Poi alla fine capisci e li lasci andare. Quelli pedalano e tu resti fermo a guardarli estasiato. Un meraviglioso nuovo nastro evolutivo è stato tagliato e tu al solito ti pisci sotto dall’emozione.

Ora, non dico proprio tutti, ma se sei uno di quei genitori più emotivamente tonni che si tagliano con un grissino, a questa cosa qui della bici ci avrai visto dentro una mastodontica metafora esistenziale. I figli che cominciano giustamente ad affrancarsi da te, costruiscono la loro autonomia, intraprendono i loro percorsi senza rotelle e senza mani che reggono sellini.

Mentre tu sei lì impalato con un riso ebete stampato in faccia e ammassi di emozioni che brulicano come termiti dentro al tuo cuore pinne gialle, loro se la ridono soddisfatti, sfrecciando sul liscio campo da bocce che hai scelto come loro palestra ciclistica. Crescere dà il brivido della felicità, chissenefrega di te che a ogni pedalata ti sembra di diventare un nanomillimetro più vecchio.

D’altra parte quando c’ero io a diventare grande, in quella prima parte della vita in cui ti va di accelerare di continuo per avvicinarti un po’ di più a quel mondo di ragazzitudine e poi adultitudine che poi quando ci sei arrivato vorresti solo voltarti indietro e correre più veloce che puoi urlando “Ma questi qui sono tutti matti”, insomma quando crescevo, pure a me non mi fregava niente delle altre generazioni.
Mica lo capivo che a ogni pagella che mostravo orgogliosa a mia nonna, lei diventava sempre più canuta. Mica lo sapevo che a ogni mezzora aggiuntiva rosicata al coprifuoco serale si chiudeva di qualche grado l’uscio della casa di viasanmicheleuno.

La casa della nonna. Pensare a case che ci sono ancora abitate da altri, ma non ci sono più per come erano prima, caspita, non se c’è una cosa più tremendamente malinconica di questa qui. Un giorno ti metti lì,  con chi altro come te tiene nel suo cuore di tonno i ricordi di tutti i libri in fila nella libreria, delle stoviglie nell’armadietto verde, dei giochi accanto alla stanza del bruciatore. Può essere anche bella la malinconia.

Poi raccogli in un bel mucchio tutto quel carico di cose lì – i libri, le stoviglie, i giochi- che forse non sono più al loro posto originario ma comunque ci sono, le carichi sulla tua di bici – che anche tu ce l’hai ancora per andare avanti ma nel frattempo è diventato un risciò- e via, riprendi a pedalare.

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10 pensieri su “Case, cose, bici, nonne, tonni

  1. Una descrizione in cui mi ritrovo molto, forse anche perché sto per tornare come ogni estate al paese-che–casa, dove c’erano la casa e il giardino di nonna ‘povna, i luoghi dove ho imparato ad andare in bici, a nuotare da sola, ad andare in pattini, in cui ho negoziato ogni mezz’ora di coprifuoco e nei quali mi sono trasformata da nipote che chiedeva permessi a donna accudente che dava divieti. Bel post.

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  2. io che più invecchio e più pedalo (non in senso metaforico) ogni tanto mi volto indietro, riconoscente a quella mano che mi reggeva la sella, e ogni tanto guardo avanti commosso che mia figlia mi chieda in prestito il portabici per andare in vacanza col suo ragazzo.
    ml

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  3. Mi sono sentita proprio come dici quando il mio bimbo, con le sue rotelline ha smesso di essere spinto e ha iniziato a pedalare da solo. Con il cuore gonfio di orgoglio e una lacrimuccia…sí é vero…!
    Splendido articolo…proprio come gli altri!!!
    A.

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  4. Pingback: T26 | Erodaria

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