Meraviglie nostrane

Sabato era Ferragosto.
Già che Ferragosto sia di sabato gli toglie quel po’ di identità di festa comandata. In più c’era il fatto per noi che questo Ferragosto era incastonato in una dieci giorni montana, contornato da altri giorni di vacanza e la cosa gli rubava indubbiamente ulteriore importanza. Gli ultimi fronzoli celebrativi gli sono stati recisi dalla pioggia, che lo ha reso definitivamente una giornata normale.

Un po’ raccontando vagamente le vacanze degli imperatori romani, un po’ chiacchierando della festa poi aggiudicatasi – prima che dai merenderos- da Maria, presso di noi aka la mamma di Gesù, ci siamo avviati sotto una pioggia fine verso i millanta scalini che portano ad un santuario abbarbicato sulla montagna a fondo valle. Signorina A, Mademoiselle C e la new entry Señorita M (che ogni anno diventa sempre più la terza gemella nel tempo delle vacanze montane) zompettavano sicure su per la scalinata sdrucciolevole senza ben realizzare che quel che le aspettava al termine della fatica era un’ora di silenzio dentro ad una vecchia e umida navata, in compagnia di un bel po’ di adulti desiderosi di farsi sferzare in silenzio dalle parole crude di un vecchio sacerdote scafato. Le tre bimbe inseguivano allegre la meta, pensando intensamente ai grissini che i volontari sapevano avrebbero offerto loro al colmo della salita e sperando rumorosamente in un arcobaleno. Miss T schiamazzava dallo zaino del signor Pàpici, cercando inutilmente di farsi mettere giù per guadagnarsi con lo sforzo delle sue articolazioni l’agognato grissino ai semi di sesamo.

Siamo saliti, sferzati e ridiscesi nello spazio di un lungo acquazzone, stretti nelle nostre cerate colorate (tutti tranne una, c’era proprio una di quei sei che aveva dimenticato di portare qualcosa di impermeabile per sè, non ricordo esattamente chi fosse).

In tutta fretta ci siamo rifugiati in auto per tornare al pranzo che la mia amica C ero certa ci stava architettando nella nostra cucina col pavimento grezzo a listoni. Ed ecco che, non appena il riscaldamento della nostra familiare -bianca come fosse di gelatai- ci ha asciugato l’attenzione annebbiata da quell’ostinata acquerugiola, abbiamo cominciato a realizzare che intorno a noi stava accadendo qualcosa di inatteso.

Anziani piemontesi amanti incalliti della scampagnata ferragostana che, rifiutando la realtà di una giornata di pioggia incessante, si preparavano a consumare in ogni caso il loro picnic. Erano nuclei sparuti – è vero- in quel pratone, che nei giorni di sole ospita orde di pranzi all’aria aperta. Però erano tanti lo stesso, molti di più di quanto chiunque avesse potuto immaginare. Non c’era reumatismo, artrosi cervicale, rischio di raffreddamento che avesse potuto trattenerli dall’imperativo morale di consumare il pranzo di mezza estate en plein air.

Organizzati maniacalmente, li abbiamo visti posizionare al centimetro sotto al bagagliaio aperto i loro tavolini pieghevoli provenienti da qualche decade in mezzo al novecento. Si parla di piccole utilitarie col bagagliaio che crea un riparo pari a quello di una cabina telefonica, eh, mica come quello della nostra familiare da gelatai. Li abbiamo osservati mentre srotolavano un telo cerato assicurandolo al tergilunotto per poi rimboccarlo sotto i piedi del tavolino. Li abbiamo, infine, ammirati accendere il fornellino da campeggio, noncuranti della pioggia, per gustarsi il loro caffè dalla moka caricata da casa, invece che rifugiarsi nel più vicino bar. Ne abbiamo persino visto qualcuno più istrionico, che aveva apparecchiato sotto ad un riparo ottenuto appendendo una famiglia di ombrelli aperti alle fronde più basse dei faggi che cintano il pratone. Tutti allegri come delle pasque.

Non c’è che dire, siamo rimasti a bocca aperta di fronte a cotanta meraviglia antropologica.

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