Sentirsi come un banano a Torino

Se la mia memoria non mi tende tranelli di falsa verosimiglianza, mi pare che alle medie una mia compagna di origine calabrese che poi ho perso di vista – ma era veramente simpatica e a ripensarci mi dispiace, ma con moderazione, perché non si può essere troppo tristi in un inciso – mi avesse introdotto all’uso dell’attributo “sconchiuso”.
Era un concetto a me completamente estraneo.
Tra l’altro il significato era proprio quello di estraneo al contesto, quindi era come se chiudesse un cerchio, non so bene quale, ma lo chiudeva.
E’ stato così che ho cominciato ad usare la parola “sconchiuso”, stando attenta a spiegare che si trattava di una forma dialettale che mi aveva insegnato quella mia compagna delle medie, che poi purtroppo non so più che fine abbia fatto.

Anni dopo, leggendo un libro, ho realizzato che esisteva una parola corrispondente in italiano. Da quel momento in poi avrei potuto usare liberamente quel concetto, senza preamboli legati al dialetto e alla mia compagna delle medie, che nel frattempo non sapevo nemmeno se vivesse ancora in quella casa d’angolo color ocra.

Il libro, bello, era Una barca nel bosco. 

La parola, invece, è avulso.

Da adolescente è una buona cosa sapere che esiste una parola per definire come ti senti nella maggior parte del tuo tempo. Avulso, infatti.
Crescendo fai un po’ di cose e molte di queste, se poi le riguardi, a essere sincero realizzi che le hai anche un po’ fatte per smettere di sentirciti, avulso.
Comunque è una parola passe-partout, inutile disfarsene con l’età,tanto prima o poi ti ci risenti così, non serve illudersi.

Ieri per esempio sono andata alle Nuove. La giornata era di un Novembre sfacciatamente caldo. Venticinque gradi al sole, ventitrè all’ombra. La primavera quando è fuori posto finisce per essere un ospite indesiderato, mai avrei pensato di pensarlo.
Fuori dunque era caldo, dentro era buio. E umido.
Un luogo che prima di evocare la realtà delle persone che dentro hanno vissuto anni delle loro vite, mi ha fatto venire in mente set cinematografici carcerari. Quando la fiction si ingoia la realtà e tu sei lì in mezzo, mezzo stranito. Ma anche tre quarti stranito.
Celle, cellette, corridoi, sbarre, serrature.
Il tutto preso e incellophanato dentro ad una mostra di arte contemporanea. Dove c’era molta bellezza, ma anche un concentrato di frivola supponenza. E lì, in mezzo, come un convitato di pietra, tutta la mia ignoranza. Lei, la mia ignoranza, a braccetto col mio disagio. Il disagio di essere in un carcere, impastato insieme al disagio di essere in mezzo a delle persone che appartenevano a un mondo a me quasi completamente inintelligibile.

Passeggiando per il giardino, che è davvero grazioso, l’ho visto. C’era un banano. Un banano verde pallido, di una clorofilla emaciata e sterile. Un banano a Torino, poveretto. Avulso, come me.

come una barca nel bosco...

9 pensieri su “Sentirsi come un banano a Torino

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