Il Natale nella vescicola dei dolci ricordi

Da quando, grazie a Signorina A, ho realizzato che la mia testa contiene interi mondi, ho cominciato a rovistarci dentro. Per dirne una, ho fatto la cosa più ovvia in questi giorni: ci ho cercato dentro il Natale.

Il Natale, nella mia testa, è due immagini precise. Quando le ho riportate alla luce, come superstiti ancora vivi estratti da un cumulo di polveri, ho capito che i mondi non stanno solo nella testa, ma possono invadere altri organi, o solo altri spazi. Anzi, forse ci sono organi appositi per questo, organi che sfuggono ai trattati di anatomia. Io per esempio sono quasi certa di ospitare nel petto, appena dietro alla trachea, una vescicola dei dolci ricordi, i cui reflussi si spandono a scaldare altri organi, tipo il cuore, ma anche un po’ ad ammorbidire le rigidità dello stomaco e ad annaffiare le infiammazioni del fegato. La vescicola ha un sistema vascolare autonomo, capace di irrorare ogni cellula che mi compone.

Il Natale nella vescicola dei dolci ricordi sono queste due cose: sette chilometri di strada buia, punteggiata da qualche sparuto abete sobriamente agghindato e la rete a rombi di un lettino da bimbo.

Sono stata bambina negli anni Ottanta, ma la spavalderia kitsch di quel periodo non era arrivata nel paesino di collina di mia nonna. La strada tra il paese di mia nonna G e l’adiacente città dove dormivamo nella casa di nonna A era in larga parte buia. Dalla notte comparivano in lontananza poche semplici luminarie, una cometa sistemata sul colmo di un portone, un filo di palline a disegnare il profilo di abeti da giardino. La strada veniva percorsa dopo cena, alla sera della vigilia, quando era già buio a sufficienza perché potessi intravedere la slitta di Babbo Natale, fingendo di non essere a mia volta vista. Faceva caldo nell’abitacolo, perché sicuramente mio papà accendeva il riscaldamento, ma anche perché dentro c’era tutto quel che poteva riscaldarmi. La mia famiglia stretta in quei cinque posti, la promessa di godere in quei giorni anche di quella allargata – di famiglia-, la convinzione che ci fosse un pacco per me che stava solcando i cieli del mondo, l’immotivata certezza che tutto sarebbe rimasto caldo così com’era in quel momento. Il buio di quei sette chilometri conteneva la trepidazione dell’attesa della felicità di un pacco da scartare. Il pacco conteneva al contempo una sorpresa e una certezza. Non si può rimanere delusi da un regalo quando si è bambini, ogni regalo è bello solo perché lo è.
Quella trepidazione, poi, mica la lasciavo nell’abitacolo. Una volta parcheggiato in via san Giovanni Bosco 3, stando attenti a quella storia assurda del parcheggio alternato a giorni pari e dispari (giorni dispari a sinistra, giorni pari a destra; mia madre c’impazziva), me la portavo su in casa. Mi dicevano di dormire subito, lo si dice a tutti i bimbi la notte di Natale. Mi coricavo nel lettino di quella casa, che invece delle sbarre aveva una rete di corda intorno che formava tanti rombi ugualmente irregolari. Prima di chiudere gli occhi, immaginavo il canuto lappone che percorreva quelle stanze coi pavimenti in graniglia. Dovessi dirlo ora, penso proprio di averlo  visto sbirciando tra i rombi, mentre deponeva un pacco a mio nome sotto l’albero di nonna A. O forse è qualche malfunzionamento della vescicola, devo avere avuto un versamento di dolci ricordi verso gli organi vicini.

6 Comments Add yours

  1. Gisella ha detto:

    Ricordi di zucchero caramellato. Adoro il Natale e rovistare nei miei ricordi. Ma anche ascoltare con meraviglia quelli degli altri …

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  2. erodaria ha detto:

    vero, verissimo!

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  3. Rebecca Antolini ha detto:

    Cara, abbi un Buono e Sereno Natale e un Nuovo Anno colmo di Felictà … un abbraccio Rebecca ♥

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    1. erodaria ha detto:

      grazie mille Rebecca, tanti auguri anche a te!

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      1. Rebecca Antolini ha detto:

        grazie ♥

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  4. davideman ha detto:

    Auguri… buon Natale!

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