Il senno di poi, rosso come l’Alchermes

Sono stata recentemente rapita da uno spettacolo a cui ho assistito senza aspettativa. Non attendersi niente, oltre a renderci degli zombie, a volte, è la disposizione d’animo più adatta ad accogliere le sorprese.

Sul palco quattro ragazzi molto giovani, molto disinvolti, molto bravi. Molto vivi, a dispetto della storia che stavano inscenando.

Nel pubblico, volutamente sparuto, volutamente sul palco, tanti ex-ragazzi (come me, anche più di me), pochi futuri ragazzi, anche molti ragazzi veri. Ragazzi che lo sono adesso. Due sedie più in là della mia, una giovanissima donna che poteva essere della stessa età delle due performer che, bravissime, cantavano, ballavano, recitavano. Lei dimessa, dietro a degli occhiali demodé, dentro a una giacca che poteva essere di sua mamma, orecchini forse regalo di una Prima Comunione ormai lontana anche per lei, ventenne goffamente travestita da trentenne, in mezzo a noi oltretrentenni che, nei limiti della decenza, non riusciamo proprio a smettere di vestirci come le ventenni che eravamo.

Tardo adolescenti le giovani attrici sul palco, tardo adolescente lei, m’hanno presa per mano, due da una parte, una dall’altra per un salto all’indietro a sbirciare con tenerezza all’adolescente che ero.

Niente, non sto a specificare se mi sono ritrovata più disinvolta performer o più goffa e silenziosa spettatrice.

Quando penso a lei, alla giovanissima donna che ero, vorrei darle un sacco di consigli. Vorrei dirle di sperimentare, di non aver paura di essere per un momento bersaglio degli occhi degli altri, che nascondersi può essere un’idea niente male, ma non buona necessariamente per tutte le occasioni. Vorrei dirle di salire ogni tanto su un palco. Di esporre sé, le sue idee, magari saltuariamente anche il suo cuore, alle intemperie della vita. La paura di essere criticati non è un motivo sufficiente per stare immobili, come un indifeso erbivoro al cospetto dell’inevitabile appuntamento col suo feroce predatore. Da sprovveduti pensare di sottrarsi alle leggi della natura. Una volta le ho anche scritta una lettera in punta di alfabeto.

Consigli non richiesti, dati da chi sa come va a finire, pregni del senno di poi come lo era di Alchermes il pan di Spagna di mia nonna.

E invece no, chi sono io lo devo a chi era lei, al suo fresco e ombreggiato punto di osservazione del mondo. Avere la pretesa di cambiare con un pensiero storto il corso degli eventi è la presunzione di rivivere occasioni che già una volta mi si sono presentate e che ho giustamente trattato con gli strumenti a mia disposizione, nel giusto tempo.

Quel che mia nonna non sapeva è che il rosso all’Alchermes lo dà la femmina di cocciniglia lessata all’uopo. Se lo avesse saputo non lo avrebbe di certo usato.

Quel che mi devo ricordare io per evitarne un uso improprio è, invece, che il senno di poi è solo un mero esercizio di stile, uno specchio deformante che ci rende brachimorfi ambulanti, un infruttuoso dispendio energetico, una cosmica perdita di sé.

L’illustrazione è di Johan Thörnqvist

12 pensieri su “Il senno di poi, rosso come l’Alchermes

  1. Che coincidenza.. Ho appena finito di preparare una zuppa inglese (con l’achermes) ed ecco che sul blog roll mi appare il tuo post…
    Credo che tutte noi vorremmo dare teneramente ma anche disperatamente dei consigli alle giovanissime donne che eravamo… Ma come si legge spesso ultimamente, la vita prima ti fa l’esame, poi ti insegna la lezione… Si va avanti!

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  2. Che bella questa sorta di dialogo con la tua lei giovanissima…oggi sì che saremmo capaci di darci consigli…mi ritrovo anche nelle tue esortazioni, nel richiamo a salire sul palco, ad esprimere la propria opinione e non temere il giudizio…ti dirò però Chiara che con il senno di poi apprezzo sempre di più anche le persone prudenti, riservate e riflessive…sapere osservare anche in seconda linea è una grande virtù! Certo è che una dose di coraggio maggiore da fanciulle non l’avremmo disdegnata 🙂 un abbraccio

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