Uomini a pezzi, uomini interi

Mi sono resa conto che nei momenti della vita in cui ho investito energie mentali in un cambiamento del mio aspetto, ho sviluppato una strana perversione.

È successo quando ho tagliato i capelli da molto lunghi a cortissimi. È successo quando ho messo un tardivo apparecchio ortodontico. Succede ora che sto seguendo una rieducazione nutrizionale per una remise en forme post-gravidanze e pre-quarant’anni.

In maniera meccanica e involontaria mi ritrovo ad osservare nelle persone che incontro quel preciso dettaglio che in quel passaggio della mia vita è diventato centrale.

La prima volta che ho reciso le chiome non facevo che soffermarmi sui capelli altrui, specie quelli femminili, giudicandoli mal curati, incautamente colorati, troppo lunghi, indecorosamente crespi, raramente ben portati.

Quando, poi, per una misteriosa molla interiore, dopo la laurea, ho deciso di mettere la macchinetta ai denti, ho subito una fascinazione per tutti i sorrisi altrui. Guardare negli occhi i miei interlocutori non era più possibile, una forza occulta mi spingeva a piantare lo sguardo prima sugli incisivi, poi a spingermi sfacciatamente a ispezionare le otturazioni dei premolari. Una detartrasi ben fatta era in quel periodo per me sufficiente ad accordare fiducia a uno sconosciuto.

Da quando ho messo piede per la prima volta su una bilancia bioimpedenziometrica, poi, non faccio che misurare a spanne la massa grassa altrui, individuando al primo sguardo – con la complicità della moda del leggings a tutti i costi- i cuscinetti adiposi  o ammirando l’asciuttezza di certe quarantenni di mia conoscenza.

Ovviamente quando sorprendo la mia mente a riservare un’attenzione mirata e un po’ perversa a doppie punte, carie o maniglie dell’amore la richiamo immediatamente all’ordine. In quei momenti di astrazione è come se le persone esistessero per me a pezzi, come se fossero portatori insignificanti di interessantissime stempiature, succose parodontiti, intriganti accumuli di grasso localizzato.

È un’abitudine un po’ malsana, quella stessa di chi fa a pezzi le persone e poi prende un pezzettino solo e, come uno scienziato folle, fa una misteriosa coltura cellulare a riformare un individuo portante solo quella singola caratteristica. Mostruose sineddochi nascono da questa operazione: gli omosessuali, i democratici, gli immigrati, i musulmani, i leghisti, le sentinelle. Come se quell’unico tratto bastasse a fare una persona intera.

Qualche volta si ha la fortuna di incontrare delle persone in grado di mostrare alle nostre menti un po’ piccole, un po’ ossessive, un po’ ottuse che, invece, gli uomini sono interi.

Pietro Bartolo, medico di Lampedusa, è uno di questi.

“Pensi che la maggior parte delle donne che arrivano, quasi tutte, sono donne gravide, perché sono state violentate. Io tutte le donne che arrivano, anche di notte, e sono gravide tutte, le porto al poliambulatorio, laddove le sottopongo a un’ecografia. E questo lo faccio per diversi motivi. Uno perché so come sta la donna, magari sta bene, ma non so come sta il bambino. Per cui questo mi serve per sapere questo. Ma fondamentalmente lo faccio perché (sospiro) quando gli faccio l’ecografia, che dura 10, 15, 20 minuti, a volte la faccio durare di più, è per loro 10 minuti, 20 minuti di felicità, di gioia. E gli faccio scordare quello che hanno vissuto fino a mezzora prima”.*


Tanti di noi, incrociando la sua storia, non potranno che riconoscere in lui un uomo intero. Un uomo che salva altri uomini, che li vede tutti interi e non a pezzi. E, attraverso di lui attraverso la sua voce ferma e commossa e il suo sguardo nient’altro che umano, riuscire a vedere interi anche gli uomini e le donne e i bambini, quelli da lui curati e salvati, quelli mai arrivati.


(* trascrizione dall’intervista del 7/3/2016 a Che tempo che fa, Rai Tre)

 

La foto è di John Stanmeyer, ritrae migranti Africani a Djibouti.

22 pensieri su “Uomini a pezzi, uomini interi

  1. Che lavoro difficile che fa. Stamattina ho letto una frase di una dottoressa di MsF dalla spiaggia dove morì il piccolo Aylan facendoci commuovere. Da allora solo sulla stessa spiaggia sono annegati 340 bambini, e non ce ne frega un cazzo. Meno male che qualcuno fa un lavoro che in molti dovremmo fare.

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  2. Leggo a volte, commento mai, ma qui hai toccato il mio tema del cuore quindi eccomi. condivido la sostanza, apprezzo molto la forma, grazie per questo post! Ps. io, se ho in animo di acquistare, che so, una borsa, quando cammino per strada vedo solo borse che ondeggiano con intorno un insieme sfocato di corpi 🙂

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