Di come dimentichiamo di essere figli di un colpo di fortuna

 

Mamma, Enrico (Mentana, ndr) ha detto che dei signori sono caduti da una barca e sono morti in mare– mi informa Signorina A, mentre siamo sedute intorno al vecchio tavolo della cucina.
C’era anche una bambina, mi sa di tre mesi, pensa ha perso quasi tutta la sua vita– precisa Mademoiselle C, dal suo posto a capotavola.

Ha perso quasi tutta la sua vita. Solo chi non è ancora preda dei luoghi comuni e delle locuzioni verbali preconfezionate può generare espressioni così precisamente vere. La bambina non ha perso la vita, come si direbbe convenzionalmente, l’ha persa quasi tutta, a dar dignità piena a quei tre mesi.

Quando ero bambina e poi ragazzina e poi ragazza, complici programmi ministeriali che a ogni ciclo scolastico prevedevano lo studio della storia dal Big Bang alla contemporaneità, ho maturato un senso forte di incredulità nei confronti di quanto accaduto circa cinquant’anni prima a carico di numerose minoranze europee. Ebrei, Testimoni di Geova, Rom, disabili, malati di mente, omosessuali, dissidenti politici, e altri indesiderabili.

Quando ho letto Primo Levi e Etty Hillesum,  quando ho visitato il ghetto di Praga, quando ho visto i disegni dei bambini di Terezin, quando ho percorso le stanze della casa di Anna Frank ad Amsterdam, tutto faceva crescere in me un senso di incredulità nei confronti dei contemporanei di quei fatti, che non avevano fatto nulla per fermarli. Mi sembrava davvero incredibile. Incredibilmente ingiusto.

Era l’incredulità della bambina che ha ancora dentro di sé quel senso del caso che è la vita. Quella consapevolezza che solo una combinazione casuale di fattori vari mi aveva messa al mondo in questo preciso momento storico, in quelle circostanze geografiche e economiche. Solo un colpo di fortuna m’aveva sottratta all’indigenza economica, all’indesiderabilità umana. Crescendo dimentichiamo di essere figli di un colpo di fortuna e con questa consapevolezza dimentichiamo anche la nostra responsabilità verso chi il caso ha messo nella schiera degli indesiderati. Trasformiamo indegnamente quel colpo di fortuna in un diritto acquisito. Che sciocchi, che piccoli che diventiamo.

Da ragazza ho cercato risposte in chi nella mia famiglia poteva custodire memoria di quegli anni, ma le mie nonne, dalle campagne piemontesi, se da una parte conoscevano molto bene la guerra, dal’altra non avevano idea di cosa stesse succedendo a carico di quegli indesiderati. L’hanno appreso con orrore e sorpresa anni dopo.

Penso a quell’incredulità che sentivo forte verso i contemporanei di quelle minoranze deboli che non sono state difese.
Poi penso a me, che sono contemporanea di una minoranza altrettanto indifesa che si perde, vita dopo vita, in un mare caldo e inconsapevole che fu culla di grandi civiltà e adesso ne è tomba. Io sono contemporaneo e testimone di moltissime morti di indesiderati. Non indesiderati per un lucido e diabolico disegno di insieme, ma indesiderati e morti per mancanza di un disegno preciso di reazione all’arrivo di queste persone.

Sicuramente non posso dire, come le mie nonne, che non sono al corrente. So perfettamente che sta succedendo.

Non so cosa fare, questo lo posso dire. Ma questo non mi toglie la responsabilità di provare a pensare di trovare soluzioni. Soluzioni alla portata del singolo, di me che sono una. Soluzioni che possano essere condivise, da altri che son di più.

Ad esempio cominciare a guardare negli occhi la paura di questi indesiderati, capirla, gestirla, trasformarla. Ad esempio smettere di ascoltare quella paura, specialmente quando parla in maniera distorta e schifosa nelle parole di chi la trasforma in sordida politica. Ad esempio destinare interesse prima di tutto, ma anche qualche risorsa a risolvere questa faccenda. Ad esempio avvicinarli, sentirli accanto, avvertire che il problema ha un’impellenza di risoluzione almeno pari al mio trasloco. Ad esempio educarmi all’empatia, perché affrontare diventi una cosa imprescindibile dalla mia vita stessa.

Soluzioni piccole, ma si sa che il mare è fatto di gocce. Anche il Mediterraneo lo è, fatto di gocce.

Lo dico a me, è proprio con me che sto parlando. Penso sia un dovere morale che non posso più posticipare o relegare in un angolino della mia coscienza, quello di dare un contributo perché quelle gocce smettano di essere di morte e riprendano a essere di coraggio, di accoglienza, di vita.

Che la vita ognuno ha il diritto di viverla tutta intera, per bene, senza quasi.

30 pensieri su “Di come dimentichiamo di essere figli di un colpo di fortuna

  1. Io credo che hai veramente centrato la questione (cosa che mi sembra tu abbia il dono di saper fare qualunque sia l’argomento trattato, dal più “frivolo” al più “pesante”): il punto è che davanti a quest altro assoluto del dolore chi dovrebbe (in una maniera o nell’altra tutti noi che viviamo nei paesi così detti sviluppati) non si assume la responsabilità pur “sapendo”. Davanti a l’altro assoluto del quale parli in apertura al tuo post, sempre in una maniera o nell’altra, i “volonterosi carnefici” e i loro “silenziosi complici” una responsabilità davanti alla storia se la sono assunta. In questo caso rifiutiamo ancora di farlo.

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  2. Il cuore chiama, ma la realtà ci allontana. Ci vorrebbe una consapevolezza e un agire di massa. Certo, ora non possiamo dire che non sapevamo, ma all’epoca il nemico era uno e ben definito, ora invece non esiste un punto preciso contro cui rivolgersi, e il nemico lo siamo un po’ tutti…

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  3. Più di un dovere morale, dovrebbe essere impossibile alla coscienza umana voltare altrove lo sguardo, fingere di non sapere, etichettare tutti come invasori e delinquenti. Tutti abbiamo il diritto di vivere dignitosamente, ovunque sia, ovunque il cuore e la salvezza ci porti. A noi che siamo dall’altra parte del mare, il compito di accogliere e abbracciare quelle vite, perché sono i nostri fratelli, i nostri figli. Perché dall’altra parte del mare un giorno potremmo esserci noi. Mai dimenticarsi d’essere umani.

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  4. Che profondità la tua piccola con quelle parole….
    Scusa la brutalità sulla questione, ma credo che siamo seduti su un cuscino troppo morbido e comodo e la realtà la viviamo in maniera distante anche se in fondo ci appartiene…. È facile È abbastanza comodo fregarsene quando gli altri non siamo noi…. Personalmente, con i miei piccoli, intraprendo la strada del buon esempio con la beneficenza quotidiana, che va dall’autore il vecchietto ad attraversare la strada, al dividere la merenda con chi non c’è l’ha, al regalare vestiti ancora belli a chi ne ha più bisogno. Goccioline minuscole ma importanti per loro e per noi…♡♡♡
    E poi… passare loro l’idea che non c’è un’esistenza migliore dell’altra, e che ogni vita ha la sua dignità : la nostra, quella delle donne velate, quella dei bambini ai semafori e degli uomini sui barconi……

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  5. Forse è una delle prime volte che commento, ma le tue figlie con la loro lucida innocenza mi interrogano da parecchio…
    In quel quasi ci sta il senso di tutte le parole spese forse dalla notte dei tempi fino ad adesso, per qualsiasi morte ingiusta, anzi per qualsiasi morte.
    Io dei naufraghi vorrei solo poter raccontare bellezza ai miei figli…
    Grazie ancora per riportare l’essenza dell’innocenza in animi adulti😍😍
    Lievemente.

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    1. cara Lievemente,
      grazie del tuo commento, sono molto felice che tu mi abbia scritto!
      Spero tanto che questa tragedia gigantesca possa davvero tramutarsi un giorno in bellezza, con una soluzione giusta, unita, duratura. A presto! Chiara

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  6. Sto scroccando il wifi di qualcuno per tenermi aggiornato con i post, visto che non sono a casa mia, ma da mia madre e il tuo post mi ha rapito! E’ vero quello che dici, non è possibile aggiungere alro se non un esame di coscienza che forse tutti dovremmo farci. Un abbraccio

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  7. Cara Erodaria, quanto cuore in questo post che avevo intravisto di sfuggita e su cui ho sentito forte il desiderio di tornare. Ogni punto che tocchi è indispensabile e lancinante insieme, è inevitabile, nel senso che non è davvero sensato, umano evitarlo, fare finta che non esista o che non sia così, come tu lo descrivi. Così come la soluzione, o parte di essa, sta tutta in quell’educarci all’empatia che affermi: io credo sia questo il senso, lo spiraglio. Educazione da un lato ed empatia dall’altra, due punti da fondere insieme ma sui quali c’è ancora molta carenza nella nostra cultura prima di tutto, così abituata a non vivere in un certo modo determinate condizioni e dunque a non interiorizzarle e farle proprie. Un post ricco e bello, grazie.

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  8. È difficile capire cosa si può fare, come si possa non ignorare. Ho fatto parte per anni di un’associazione che si occupava di migranti, quella parte che alla fine ce l’ha fatta e cercava di sopravvivere dall’altra parte del Mediterraneo imparando una lingua che non era la loro, cercando di capire una cultura così distante dalle radici. È stato difficile, è stato faticoso, ma il più delle volte mi ha riempito l’anima e mi ha fatta sentire un poco meno in colpa. Anche se non bastava, non basta. Ma se già ognuno mettesse un piccolo mattone, come quello che hai messo tu con queste belle parole, saremmo già tre passi avanti.
    Grazie.

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