Ovunque io vada, c’ho scritto mamma da qualche parte

Ogni mattina feriale, percorro un vialetto alberato tra il parcheggio delle auto e l’entrata in ufficio. Quel vialetto è il luogo d’elezione per la mia presa di coscienza quotidiana su come diavolo mi sto presentando al lavoro.

Tutto quello che accade tra il suono della sveglia (h 6.30) e quel momento (all’incirca le h 8.45) non riguarda me. In questo lasso di tempo ho unicamente a che fare con l’unico grande obiettivo di portare in tempo a scuola Signorina A e Mademoiselle C (entro le h 8.30), consegnare senza ritardi Miss T alle insegnanti della scuola dell’infanzia (entro le h 9) e raggiungere, infine, il luogo di lavoro entro un’ora decente. Non timbro il cartellino, ma sottostò comunque ai cosiddetti limiti della decenza.

Ed è costeggiando i càrpini di quel breve vialetto ombroso e lievemente declive che realizzo per la prima volta nell’arco della mia giornata che l’ora sarà pure miracolosamente decente, ma lo stesso non posso dire del mio aspetto.

Pantaloni con microfantasia optical blu, maglia rosa, paperine a fiorellini viola, golfino nero. Fatto.
Mise sobria e in tinta, capelli crespi e arruffati. Fatto.
Mise sobria e in tinta, capelli legati, vistosa strisciata di moccio sulla spalla sinistra. Fatto.
Mise sobria, in tinta e pulita, capelli legati, borse del verduriere che si trova sul rettilineo davanti all’ufficio da cui strabordano vistosamente sedani e carciofi. Fatto.

Una mattina d’estate mi sono presentata in ufficio trascinando sei-sette chili tra meloni, butaline, nettarine, mazzi di basilico, zucchini di varia foggia. Mentre percorrevo, sudando copiosamente, il vialetto delle prese di coscienza, mi vergognavo fortissimo. Avevo l’aspetto della massaia di ritorno dal mercato, ma non stavo per entrare nella mia cucina, bensì nel posto dove lavoro. Pregavo tra me e me di non incontrare nessuno che mi vedesse in quelle condizioni. Ecco che, appena messo piede nell’atrio, arriva in direzione opposta il Direttore Magistrale Gr. Ladr. Farabut. di Gr. Croc. Mascalz. Assas. Figl. Di Gr. Putt..Uno che non sa chi sono io, ma io so perfettamente chi è lui, per via della sua alta carica. Mi guarda, lo guardo. Indossa dei calzoncini corti e converse alte alla caviglia. Che bello vergognarsi in due, dà un gran sollievo.

Fatto sta che ovunque vada, il mio aspetto, anche quando sono da sola, sono senza Miss T, Mademoiselle C e Signorina A, parla di loro.

Ne parlano i vestiti stropicciati, smocciolati, male assortiti. Le buste della spesa. I capelli spettinati e gli occhiali lerci di piccole impronte digitali. La mia borsa da cui spunta la manina di babypipìvasino. Le braccia con i trasferelli a foggia di mini pony. Ne parla il mio sorriso.

Ovunque io vada, c’ho scritto mamma da qualche parte e questo rende qualsiasi paio di pantaloni optical il migliore che potessi indossare.

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7 pensieri su “Ovunque io vada, c’ho scritto mamma da qualche parte

  1. C’è stato un tempo ( non molto lontano, in verità) in cui mi sono sentita assolutamente come te. Adesso che il mio figlio minore ha superato la decina e gli altri sono al liceo, va un po’ meglio, dal punto di vista estetico, ma a volte mi mancano quei momenti “arruffati” 🙂

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  2. Questo è il “problema” di tante e lo virgoletto. Non sei solo mamma, sei anche casalinga, moglie, lavotarice e donna. E secondo me siete fin troppo brave! Anche se un tacco 12 per portare un’anguria lo potresti mettere 😉

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