Le storie che ci sono vissute accanto

Il mio recente post Alessio Luigino  ha insperatamente innescato una valanga di ricordi generosamente condivisi da chi, come me e più di me, ha vissuto questa parte di storia della nostra città. Quel che viene fuori è un mosaico di testimonianze che raccontano di un patrimonio collettivo di memoria, ma soprattutto rendono giustizia, se non ai loro nomi che purtroppo nessuno di noi conosce con esattezza, a delle storie e delle vite che è giusto continuare a ricordare, per restituire quella dignità che spetta loro. Ho raccolto questi ricordi qui (nella speranza che si moltiplichino), insieme alle informazioni utili a chi vorrà ulteriormente approfondire le vicende di queste donne e di questi uomini, che ci sono vissuti accanto.

Ad Alessio (perché tutti lo chiamavamo così pensando fosse il nome proprio…io ho scoperto che era il cognome al funerale) è stata dedicata una targa all’oratorio di san lorenzo. Infatti era di casa in parrocchia ( il diacono Luciano lo conosceva bene) e nella vecchia caserma dei carabinieri, protetto dal maresciallo Chillemi. Le pubblicazioni sul manicomio sono molte, l’ultima fu scritta da Laurana Lajolo, finanziata dal comune nel 2008, per i 30 anni della legge Basaglia. Comunque L’idea di fermare le storie dei singoli è interessante e molte foto sono disponibili negli archivi delle associazioni e delle cooperative (il margine, la nuova cooperativa, …) che hanno lavorato al superamento del manicomio. (Silvana Accossato).

Io mi ricordo di uno che saliva sul 33 quando tornavo da scuola e nel silenzio più assoluto iniziava ad urlare come un matto – ed effettivamente rispetto parlando lo era – poi smetteva e ricominciava a fasi alterne. Non so nulla di lui ma solo che mi incuteva decisamente timore. E alla fine scendeva sempre dietro il manicomio alla fermata prima del campo da calcio. Di Alessio Luigino so poco o nulla tranne che era un’istituzione di S.Lorenzo e dintorni. (Luca Santamaria).

Il “mio” matto del cuore era “Marcellino”. Per gli studenti della Boselli fu un’istituzione. All’ora di pranzo si affacciava alle finestre del piano terra a chiedere una pagnotta per classe. Si esprimeva a gesti e quelle rare espressioni vocali erano così diverse da tutto quello che conoscevamo da catturare la nostra attenzione ben più delle lezioni, pur senza che nessuno riuscisse mai a carpire nulla di quanto significassero. Che divertenti i tentativi di interpretazione che faceva il nostro maestro, puntualmente negati da lui. Durante gli intervalli capitava, ai più avventurosi di noi, di corrergli intorno in cerchio e di sentire le sue strane risate sotto lo sguardo delle maestre. Quando ancora non si sognava la figura dei nonni-vigile all’uscita di scuola c’era lui a fermare il traffico per far attraversare i piccini quando il traffico era pesante. Come non ricordare poi quelle volte in cui si issava sulla cima della gradinata e si fingeva bidello (perché ai tempi si poteva dire così) incitando i ritardatari ad entrare perché la campanella era suonata o l’intervallo era finito. E quelle volte che lo si incrociava, passando in zona, a rimirare la facciata della scuola, chiusa durante le feste o d’estate, con lo sguardo sognante, forse un po’ malinconico ma certamente adombrato da chissà quali pensieri… beh… un saluto di uno dei suoi “piccoli amici” lo faceva sobbalzare e gli riportava un sorriso enorme e sdentato sul viso, un sorriso che ancora custodisco con piacere nella memoria. Neppure io so nulla di concreto di Marcellino, se non quei frammenti di vita che condivideva con noi. A dirla tutta non so neppure se il suo nome fosse veramente Marcellino, ma lui rispondeva sempre ai nostri richiami. Mi capita di pensare a come possano crescere davvero umanamente i bambini di oggi senza il “loro” Marcellino, con la paura indottrinata dello “strano” e “diverso” che si avvicinano solo per far male e senza la consapevolezza che in barba al pericolo, cui si deve esser sempre adeguatamente preparati, anche gli incontri più eccentrici possono dare gioia e amore. Onestamente non mi son ancora risposto. Ma quando ci penso son lieto di aver incontrato Marcellino nella mia vita! (Maurizio Bello).

Conosco anch’io la storia di Marcellino, che non si chiamava cosí, lo abbiamo scoperto alla sua morte e adesso non ricordo il nome; ma è una bellissima storia di integrazione e di scuola aperta. Pensate se sarebbe possibile oggi per uno come lui entrare a scuola senza suscitare allarmi né tra gli insegnanti né tra le famiglie. Oggi che anche i genitori (o gli operai del comune) devono registrarsi quando entrano a scuola. Mi sembra che la sua storia ci sia nel libro di Laurana, nell’intervista di Geninatti o di Don Paradiso o qualcun altro. (Silvana Accossato).

Peccato perdere memoria dei nomi…ricordo bene Alessio e la sua camminata, la poetessa che rubò un gg il Gesù Bambino a san Lorenzo, l’omone buono dai capelli rossicci che una sera mi portai a mangiar una pizza vicino alla stazione e all’uscita cogli occhi lucidi continuava a tenermi abbracciato lungo via martiri, le comunioni portate con Luciano, un funerale con 5 persone (2 infermiere e 3 ‘coinquilini’ del defunto)…quando ricordo quegli anni, è uno dei pensieri che mi rende più felice e onorato di aver vissuto li…(Fabrizio Cuniberti).

Anche io ricordo Marcellino con il suo sguardo dolce, Alessio sempre presente nelle celebrazioni religiose e poi ricordo bene una signora che si comportava come un`attrice sempre vestita di nero, con il volto incipriato che saliva sul 33 per farsi un giretto..(Roberta Quarello).

Mi ricordo di Alessio che fermava il traffico per farci attraversare e Marcellino che veniva a trovarci nell’intervallo alla Boselli (Manuela Laudito).

Io non ricordo un solo nome, ma molte persone e molte chiacchiere con loro. Alle medie partecipammo anche ad un progetto in collaborazione con una cooperativa che si occupava di loro. Non so se fosse Luigino, ma ce n’era uno (che vagamente corrisponde alla tua descrizione) che appunto in manicomio ci entrò da piccolo perché “non sapevo contare bene… ma mica uno è pazzo solo perché non sa contare bene …no?!” e che subì una serie di “terapie” agghiaccianti, raccontate da lui stesso. Un paio di volte si presentò in classe chiedendoci di aiutarlo a scrivere una lettera d’amore perché si era innamorato di una compagna di un altra sezione (Andrea Maiorano).

La storia di quest’ uomo che ricordo bene ( ricordo anche la sua innamorata) è scritta nel libro intitolato:”Porta su quello che canta” di cui però non ricordo l’ autore. Al degente piaceva cantare in cortile ma dava fastidio al medico che lo faceva portare in reparto dall’infermiere per fargli l’ elettroshock. (Chiara Bobba).

Ma allora , possiamo aggiungere Bianco, che veniva all’aurora e che chiedeva sempre: “è qui la festa?” Oppure Babà, sempre all’Aurora, un ex degente con la sindrome di Down, che sapeva solo sillabare ba-ba (Silvana Accossato).

Io ne ricordo uno che era nato il giorno di un famoso personaggio storico…da cui prese anche il nome o soprannome se non sbaglio.. e contava aneddoti di storia italiana da lasciare me..bambina di pochi anni..a bocca aperta! (Daniela Ciaccia).

In terza media,noi della Don Minzoni che facevamo tempo prolungato trascorrevano alcune ore dentro la comunità con loro. Andavamo con loro a fare la spesa,cucinavano insieme….. Un esperienza che ricordo con molto piacere. Come dimenticare quella donna che prendeva il 33 vestita di nero con la farina in viso,il rossetto rosso. Vestiva di nero con delle autoreggenti…. Oppure Valentino che scroccava sempre le sigarette e il caffè? C’era Adriano un uomo con la sindrome down e poi c’era sempre Adriano che dava sempre le informazioni ai pazienti dell ASL…..(Romina Ambrogio).

Ricordo una donna che stringeva sempre una bambola e la cullata come una figlia. Pare fosse stata costretta ad abortire e poi era stata ” lasciata” all’ O.P. (ospedale psichiatrico, ndr)
E poi ricordo due tipi fantastici: uno sedeva sulla carrozzella e l’ altro invece la spingeva. Arrivati davanti al circolo sociale, quello in carrozzella si alzava e tutti e due andavano a bere un bicchierino! (Chiara Bobba).

Quando ho iniziato a uscire con mio marito, passavo sempre accanto all’ex Manicomio per raggiungere casa sua. Inoltre era diventato uno dei nostri luoghi di ritrovo, per corse e chiacchiere. Chiederò a lui, talvolta mi racconta di qualche persona della sua infanzia, so di per certo di un ragazzotto che andava tutti i giorni in panetteria, si metteva pazientemente in fila, e poi a gran voce esprimeva il suo desiderio di felicità: “Bombolone”. (Margherita Penza).

Non mi ricordo il nome ma c’era un signore che veniva al Nido di via Fiume …arrivava , si sedeva al tavolino e chiedeva il foglio per disegnare ….faceva il suo disegno ..lo dava a noi che lo appendevamo al muro e lui felice se ne andava ..per tornare poi il giorno dopo…non mi ricordo più il suo nome ..che peccato. È impensabile ai giorni nostri ma sono stati momenti belli…e nessuno ha mai avuto paura (Gianna Pescarolo).
Per approfondire:

Alberto Pupazzi, Portami su quello che canta, Einaudi. http://www.informa-azione.info/files/eBooks/Portami_Su_Quello_Che_Canta.pdf

Laurana Lajolo e Massimo Tornabene, Memorie dal manicomio, Araba Fenice. http://www.arabafenicelibri.it/scheda-libro/tornabene-massimo/memorie-del-manicomio-9788895853116-28520.html
http://www.davidelajolo.it/filez/newsPdf/115.pdf

Mirko Capozzoli, Fate la storia senza di me, Add editore.

C’era una volta il manicomio di Collegno

 

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