Le parole della quarantena

Non sono una grande performer della parola scritta, è vero, ma uno spazio l’ho sempre custodito per annotare qualche fatto di vita quotidiana che mi abbia suggerito un pezzettino di verità da trattenere. E invece nel tempo straordinario della quarantena le parole mi hanno come abbandonata, non riesco a trattenerle, se ne vanno senza potersi aggrappare a nessun significato.

Però ne ho lette tante scritte da altri e, tra le parole della quarantena, ne salvo alcune, pescandole dalla corrente e portandole qui sulla terra ferma.

In questo articolo si parla di questo tempo come del nostro “maggese“. Il maggese è una pratica agricola antica, secondo la quale, a rotazione, alcuni campi venivano lasciati a riposo dalla coltivazione per un tempo variabile tra sei mesi e un anno. Le ragioni tecniche del maggese possono essere tante. Un terreno si può lasciare a riposo perché si possa ripristinare la sua fertilità. Oppure il tempo di non coltivazione può essere usato dall’agricoltore per ripulire il campo dalle malerbe più ostinate. In un passato recente è anche stata una pratica che veniva incentivata con dei premi in denaro agli agricoltori europei, per evitare una sovraproduzione di cereali e altri seminativi che li avrebbero deprezzati. Ognuno ci trovi la metafora che più fa per sé: il maggese per ritrovare le proprie modalità di dare frutto, per liberarsi di qualche radicato difetto o malabitudine, per trovare nel poco quel valore che abbiamo smarrito nel troppo.

La disegnatrice Burabacio, in un bel post della settimana scorsa, parlava di “ricette” e non si riferiva al sovrappiù di esperimenti culinari che molti di noi ci imbarchiamo a provare seguendo blog a tema. Intendeva dire che non esiste una ricetta per la quarantena che sia valida per tutti, che ognuno fa a modo suo. Che non occorre ostinarsi a trovare strategie collettive, men che meno giudicare gli altri per quel che decidono di fare. E, aggiungo io, riservare la stessa delicatezza anche a noi stessi, un’affettuosa indulgenza per quel che non riusciamo a fare tra le cose progettate. Quanto a me, navigo a vista. Ho rimesso in funzione la moka per evitare, almeno in parte, i rifiuti delle capsule. Ho cucito qualche mascherina in cotone seguendo un tutorial. Ho imparato a cucinare i grissini. Non trovo il tempo per fare ginnastica come si deve. Non riesco ad andare avanti con la scrittura del romanzo. Perdo la pazienza con i compiti delle bambine più di quanto vorrei. Ho scoperto che la gatta, da sempre etichettata come schiva e selvatica, da quando siamo in casa trascorre molte ore con noi invece che fuori in giardino. La mia pasta madre sta benissimo, non è mai stata così florida. Qualche volta mi tengono stretti ai numeri, leggo le curve epidemiologiche, mi aggrappo alle previsioni in un momento di incertezza travolgente. Altre volte quel che afferro e che mi tiene a galla sono le storie belle delle persone che trovano i modi più ingegnosi per offrirsi agli altri. Dentro a questa quarantena fertile ci metto anche tutti quelli che offrono contenuti online: la mia cara maestra di ginnastica e i suoi foglietti con gli esercizi da fare, la newsletter della mia libraria del cuore Incorporella (davvero non vi siete ancora iscritti?), gli aforismi scelti con cura da un’altra mia libraia del cuore, Angela, che li sceglie con la stessa delicata cura con cui consigliava i libri, e tutto quello che ancora non ho scoperto.

Moltissime testimonianze ci parlano della “solitudine” di chi muore in ospedale senza la possibilità di avere i cari accanto. Si muore da soli, ed è una sofferenza inimmaginabile per chi se ne va e per chi resta, che ci fa sentire dolorosamente vicini a tutti i morti soli, lontani dalle proprie case, senza respiro, nel mare o in ospedale. Perdendo l’umanità, ne ritroviamo un pezzettino. Non ci si salva da soli. È il Papa, questa volta, a mettere in parole un concetto semplice che, mai prima d’ora, mi è sembrato più vero. Sappiamo che molti si stanno adoperando perché possiamo continuare a vivere. Che non ce la farei mai senza di loro, che non ce la farei da sola. Quando penso a: chi è in prima linea, chi non ha casa, chi è solo, chi teme per il suo lavoro, chi non può lavorare da casa, chi non sta bene, chi è preoccupato per chi non sta bene, chi deve prendere decisioni cruciali, chi si prende cura degli altri in misura differente, sono invasa da una potente gratitudine, una voce che riesce a tratti a sovrastare il campanello della paura e mi viene da promettere a me stessa che tanta fortuna non è da tenere per sé, quando potremo riprendere a vivere “normalmente“. Quel che succederà dopo, lo ha scritto con tono così perfetto Enrica, che basterà leggere lei.

Come la maggioranza di noi, faccio la mia parte stando a casa, lavorando da casa, occupandomi delle persone vicine. Questo mi consegna sensazioni tanto diverse l’una dall’altra. Da una parte mi sento di star facendo quel che è necessario con “responsabilità“, dall’altra mi sembra di non stare facendo niente, mi consegna una specie di senso di inutilità sociale, con cui devo fare i conti. Sono fortunata, mi ci sento, ne sono così pienamente consapevole, che quasi mi sento in colpa. Alla fine la prendo come una lezione di “umiltà“, la piena presa di coscienza che il mio contributo è la cura nei confronti di un piccolo giardino, che ho una parte da piccola ape operaia e devo farla come meglio posso.

L’ultima delle parole è “natura“, penso agli spazi che si sta riprendendo. Non ci sta impartendo nessuna lezione, siamo semplicemente noi che abbiamo occhi più attenti per sentirci compresi all’interno dei suoi equilibri, che sono al contempo poderosi e delicati. Mi è compagno in questo viaggio il libro scritto da un amico, che contiene tante cose, ma più di tutto l’intreccio delle nostre vite con quelle degli alberi. Un ottimo modo per sentirsi vivi e fertili.

(illustrazione di Mayra Arvizo https://www.instagram.com/mayraarvizo/?hl=it)

2 pensieri su “Le parole della quarantena

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