Stati emozionali elementari

Sono arrivata all’appuntamento con la prima dose di vaccino sentendomi così miracolata, con un senso di gratitudine e speranza, mista a un senso di solennità – come se stessi partecipando alla Storia (“un piccolo buco per Erodaria, un grande buco per l’Umanità“), che smaniavo di commentare quel che ci stava per accadere con gli ignari (e anche piuttosto distanziati) compagni di quella rapida attesa. Se fossi stata un cartone animato, avrei avuto la bocca serrata e le guance gonfie pronte a scoppiare. Sapendo che la tipologia di vaccino destinata agli operatori dell’istruzione in media provoca qualche effetto collaterale, ci sono arrivata con quel senso di abnegazione femminile di chi sa che il dolore quando ha un senso, non è motivo di preoccupazione, ma di resistenza sacrificale. Ci sono arrivata con dei forti richiami mnemonici al parto. Ci sono arrivata col dispiacere di farlo prima dei miei genitori e dei miei suoceri, sentendomi oggetto immeritevole di una grazia inaspettata. Un po’ per tutto questo pathos che mi è salito nel cervello da non so quali vie, sono stata enormemente grata all’ordinario scazzo professionale della dottoressa che mi ha fatto l’anamnesi, la quale, invece di apparirmi con un manto celestiale, trasfigurata di una sacra luce, si è presentata ai miei occhi trepidanti seduta in maniera sconnessa sulla sua sedia rigida, le palpebre a mezz’asta e lo sguardo sul cellulare di chi aspetta con una certa fatica la fine del suo turno. Grazie dottoressa, chiunque lei sia mi ha ridestato dal mio delirio e mi ha consegnata, non dico lucida, ma un po’ più sveglia, all’iniezione di adenovirus di scimpanzé condito di proteina Spike.

Mi sono rincretinita, come forse tutti; sono regredita ad uno stato emozionale non dico larvale, ma decisamente meno articolato di quanto ora mi illuda di essere stata un tempo. Come nei gloriosi mesi delle cure neonatali, durante i quali la felicità risiedeva nella trinità sì mortale ma comunque di un certo fascino nanna-pappa-pupù, la mia saldezza psicoemotiva di oggi si basa sulla semplice equazione salute=serenità. E di per sé questa potrebbe essere anche una conquista, quasi un’ascesi post-consumistica. Il fatto è che l’equazione sia costellata da un campo minato di ansie con e senza nome, per lo più dettate dalla consapevolezza della caducità della vita. Mortali eravamo prima, mortali siamo ora, ma era meglio quando ce ne fregavamo. L’ignoranza è bella e ci abiterei pure.

Per dire la regressione e il delirio post-consumistico, l’altro giorno mi sono ritrovata a strofinare con olio di gomito e dentifricio sbiancante il tappetino che sta sotto le ciotole della nostra gatta e man mano che le macchie scomparivano e il verde brillante di quello che ufficialmente dovrebbe essere una specie di sottopentola dal costo irrisorio si rifaceva vivo, mi sentivo nel petto una specie di speranza che mi veniva dentro. Come se pulire mi restituisse uno sprazzo di eternità, come se rimettere in sesto un oggetto senza valore e mantenerlo vivo, invece che gettarlo in favore di un altro più nuovo, rendesse più viva anche me. Vai a capire dove si infila il pensiero, qualche volta. Comunque, alla fine ho smesso, e di macchiolina grigie sul tappetino verde ce ne sono ancora.

Il consumismo non l’ho superato, ho da poco comprato un anello a poco prezzo con la scritta “write everyday”, come se affidare la mia pigrizia a una formula motivazionale potesse funzionare. L’anello non è mai arrivato nonostante lo abbia ordinato settimane fa, ma le cose stanno così: sto scrivendo quasi tutti i giorni, il che è di per sé un miracolo. Non so se sia lo scrivere o il susseguirsi di notizie poco rassicuranti che urlano da oltre un anno a questa parte, ma è un antidoto mirabolante contro lo stress professionale, mi ruba i pensieri, mi fa venire voglia di superare l’incapacità reale e quella immaginata dagli impostori che mi vivono dentro, per lasciarmi provare. E quando il mio amico P mi manda una foto come questa, io non posso davvero smettere di immaginare cosa si staranno dicendo quei due anziani, laggiù, sulla panchina vista mare.

6 pensieri su “Stati emozionali elementari

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...