Le ossa inzuppate, il cuore pronto

Di recente ho letto in un’intervista questa citazione dai Fratelli Karamazov, libro che sta a casa mia nella parte della libreria dei “non ancora letti, ma succederà”. Dice Grushen’ka nel suo ultimo messaggio a Dmitrij (i due si amavano, questo credo sia certo da queste poche parole, anche senza sapere nulla del romanzo ma conoscendo le regole dell’ambiguità nella scrittura): “Un’ora sola, un’oretta d’amore che la scuola ti ha dato e che tu hai ricevuto, può essere tenuto a mente e valere per tutta la vita che resta“. Quell’oretta d’amore mi illudo siano state le settimane in terzaà, finite oggi. Ovviamente c’è una parte di me, quella più lucida (quella che quando sono in macchina da sola mi dà della “vecchia patetica”, giuro gliel’ho sentito dire con le mie orecchie) che sa che non è così, che la scuola è relazione, che non può scoccare per magia in un po’ di giorni messi in fila. La relazione è un intreccio lungo e laborioso, che conosce giorni luminosi e altri fangosi, che ha bisogno di pazienza e tenacia.

Non so perché ho in mente ultimamente questa metafora dell’amore, la sto usando in un sacco di occasioni.

Quando stavo ancora in secondacì, a ottobre, un giorno la maestra che sostituivo mi ha chiesto di fare una videochiamata coi bambini, per salutarli. È stato bellissimo. Bellissimo, sul serio. Io me ne stavo lì, come l’amante che assiste all’incontro dell’uomo che ama con la donna di cui è realmente innamorato, che però non sei tu. Cioè tu vorresti essere lei, ma in cuor tuo ti va bene che ci sia comunque una lei che lo fa sorridere a quel modo.
E mi è successo nuovamente anche in questo novembre in terzaà: a un certo punto i bambini mi hanno chiesto della loro maestra, di come stava, di quando sarebbe tornata. Ed è quella cosa lì che, senza volerlo veramente, ti riscalda il cuore in una fiammata. Non è con te che hanno quella relazione lì, ma ne hanno una e le cose sono a posto così.

Fare supplenze per me, ora che ho appena cominciato, ora che faccio più errori che altro, ha a che fare con quell’ora di amore di cui parla Dostoevskij. Cercare di far vivere quella cosa lì. Sono un’amante, che ha in mente una lista abbastanza lunga di possibili cose da fare e che sa che non farà mai per poter consegnare un po’ di fiducia in sé a quel bambino che è stato più in difficoltà in questi giorni, di cose per superare le paure di cui le hanno parlato fidandosi di lei, di cose per rinforzare quello e quell’altro. Una lista di abbracci da darsi al mattino. Abbracci stretti con gli occhi chiusi.

Quello che non sapevo di dover mettere in conto è come mi sento oggi, adesso, in questo preciso istante. Innamorarsi, essere ricambiati, e andare via, dopo aver dato e ricevuto abbracci con gli occhi chiusi. Diceva Cortazar: “Quel che molta gente definisce amare consiste nello scegliere una donna e sposarla. La scelgono, te lo giuro, li ho visti. Come se si potesse scegliere in amore, come se non fosse un fulmine che ti spezza le ossa e ti lascia lungo disteso in mezzo al cortile. Tu dirai che la scelgono perché la amano, io invece credo che avvenga tutto alla rovescia. Beatrice non la si sceglie, Giulietta non la si sceglie. Tu non scegli la pioggia che t’inzupperà le ossa all’uscita di un concerto.”.

Oggi va così: le ossa inzuppate alla fine di un concerto, il cuore pronto a innamorarsi di nuovo.

(illustrazione di Mayra Arvizo https://www.instagram.com/mayraarvizo/?hl=it)

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