Aspetto

Ora racconterò una storia di cui mi vergogno molto, ma mi torna in mente spesso e mi sembra necessario metterla nero su bianco.

Quando fu assassinato Giulio Regeni, come è accaduto a tutti, ne fui molto colpita. Giulio Regeni, poi, faceva il mio stesso lavoro. Anzi, per la precisione, all’epoca del suo assassinio era un dottorando, cioè stava svolgendo il suo dottorato di ricerca, che è una formazione a cui si accede dopo una laurea magistrale. Io, allora, ero un’assegnista di ricerca, cioè una figura professionale parasubordinata che, in seno all’Università, svolge attività di ricerca. Riconosco nella me di allora un’ambizione che oggi mi dispiace mi abbia accompagnata per così tanto tempo. Avevo l’ambizione di farcela ad essere stabilizzata all’interno di un mondo professionalmente così selettivo e, aggiungo, maschile. Volevo che si dicesse di me “Ce l’ha fatta perché è brava”. Non è di questo che mi vergogno, di questo mi dispiaccio e basta.

Quel che è stato un pensiero schifoso che mi ha attraversato il cervello è, invece, questo: nelle parole spesso imprecise dei giornalisti, Giulio Regeni veniva definito “ricercatore” e io tra me e me ho obiettato da naziaccademica che “no, era un dottorando, non ancora un ricercatore”, categoria a cui ho in seguito appartenuto per una manciata di anni prima di prendere coscienza di altri desideri che oggi – che mi rendo conto di non essere affatto obiettiva sulla questione- mi sembrano incredibilmente più veri. Un giorno sarò meno manichea anche su questo, ma quel giorno non è ancora oggi. Giulio Regeni era un ricercatore incredibilmente in gamba e non lo dico per tesserne lodi postume, ma perché il suo cuore era sicuramente così colmo di amore per quel che stava facendo da esporsi al rischio di essere torturato e ucciso. Finita la parte di cui mi vergogno.

Non so quando si diventi qualcosa. Per anni ho pensato che servisse un contratto da ricercatrice per diventarla. Poi quando lo sono diventata veramente, ho capito che ero molto più ricercatrice prima di diventarlo sulla carta, quando invece ero dottoranda e poi assegnista e dedicavo il mio tempo e il mio cuore alla ricerca.

Oggi, anche che se non sono ancora abilitata né tantomeno assunta come maestra a tempo indeterminato, mi giro se mi chiamano “maestra Chiara”. E sono felice di sentire quei suoni in fila, sentire che parlano di me.

Di questo mondo so ancora poco. Ma entrarci dopo aver vissuto tutta un’altra vita professionale per un bel po’ di anni, mi permette di guardare ad alcune convinzioni della me del passato con una critica distanza.

La me del passato ha pensato lungamente che andasse premiato il merito, in tutti gli anni in cui mi sono sentita estromessa da un mondo che mi sembrava pieno di luci e abitato da personaggi immeritevoli (io invece sì, che mi sentivo meritevole…l’ho detto che oggi mi dovevo vergognare un po’ di me). Ma il merito è un’arma molto tagliente, da dosare con cautela e utilizzare solo in alcune circostanze (e sicuramente non nel nome di un ministero, per l’amore del cielo). Sono più importanti i risultati o il percorso o ancora l’impegno dentro a quel percorso? Che merito c’è a nascere fortunati e con più opportunità di un altro?

Comunque questo credo abbia a che fare anche con la mia orticaria per la valutazione. Ecco, no, su questo non sono affatto pronta ad essere insegnante. Non sono pronta a sentire che esistono indicatori e descrittori dentro ai quali incastrare degli esseri umani. Non sono pronta a pensare che la lingua italiana non possa offrire tutto quello che ha per restituire l’unicità di un bambino e che, invece, si debbano usare delle formule standardizzate. Io, che ho fatto dei numeri la mia religione professionale, che ho insegnato statistica, calcolato indicatori, dato voti in trentesimi (va detto: sempre soffrendo), che ho difeso a spada tratta la statistica per il trattamento dei dati sperimentali a fronte di una superficiale approssimazione. Io, proprio io, oggi penso che un conto sono le piante coltivate, i gas serra che escono dal terreno, le caratteristiche di un suolo e delle spighe del grano, un conto sono gli esseri umani. Non che gli esseri umani siano meglio delle piante, solo non vanno pensati allo stesso modo.

Forse un giorno torneremo ad andare d’accordo la me che sono stata e la me di adesso, forse un giorno aprirò i sacchi neri dove ho rinchiuso tutto il passato per stiparlo nelle mie cantine interiori e ci ritroverò tanti semi di bellezza da dare in mano a maestra Chiara per farli germinare e poi germogliare (che è più poetico). Dopo tutto, l’inverno è il tempo dell’attesa. E l’inverno sta arrivando. E io aspetto.

(illustrazione di https://www.stephan-schmitz.ch/ )

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2 pensieri su “Aspetto

  1. Sei molto onesta (prima di tutto con te stessa) a riconoscere certe dinamiche, che poi in realtà spesso sono quasi involontarie. Buffo che in maniera diversa ma simile alla tua, anche io nell’ultimo post mi interrogavo sul concetto di “merito”. Ma penso di tornarci, perchè non ho espresso tutto quello che volevo

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