Decluttering

Ognuno di noi detiene da qualche parte una lista di cose che vorrebbe fare nel corso della sua esistenza. Esperienze da vivere, luoghi da visitare, persone da conoscere, vaffanculi latenti da palesare, arti varie da apprendere.
Quello che si perde tra le nebulose delle nostre menti da accumulatori seriali è che non serve a quasi nulla stipare in un recondito angolo della nostra coscienza una wishlist ad elevato peso specifico. Una moltitudine di voci che non basterebbe una vita per rileggerle tutte, figurarsi realizzarle.

Occorre ad un certo punto fare decluttering.

Così oggi, armata di un bel piede di porco e di un rotolo di sacchi neri extralarge per i rifiuti condominiali, ho forzato il cassetto traboccante di tutte i desideri più o meno malsani che ho concepito negli ultimi trentacinque anni di vita.
Ci ho trovato dentro:

Il desiderio di suonare decentemente il pianoforte. Sì, sì, proprio quello stesso strumento che ho torturato con estrema riluttanza per una faticosissima ora la settimana per nove interminabili anni e che infatti non ho mai imparato a suonare. La storia che mi ha legato al pianoforte ricorda sinistramente una dinamica da inferno sartriano. La mia insegnante abitava al piano sopra casa mia, ergo poteva sentire con che frequenza (peraltro prossima allo zero) approcciavo la tastiera. Rimandavo per tutta la settimana l’esecuzione degli esercizi e la sera antecedente la lezione, al culmine dei sensi di colpa, mi sedevo sullo sgabellino, sapendo che sopra di me aleggiava il severo orecchio della maestra. Ovviamente a quel punto non c’era più tempo per imparare ad eseguire decentemente gli esercizi. Così il giorno successivo salivo col passo mesto e pesante di un elefante ultracentenario le due rampe di scale che mi separavano dalla mia gogna in fa diesis. Stessa dinamica per nove anni. Ovviamente non appena ho potuto affrancarmi da quella tortura,  ho sfanculato tutti gli spartiti in un unico catartico falò. Sarà forse la sindrome di Stoccolma quella che mi instilla il sommesso desiderio di riscossa verso quegli anni persi in inutili sensi di colpa. Vabbè, se non sarà il pianoforte, imparerò l’arpa.

Il desiderio di diventare un asso della pallavolo. Al liceo nell’ora di educazione fisica si giocava nel 99% dei casi a pallavolo. Nella mia classe c’erano delle ragazze bravissime e, infatti, se non ricordo male, abbiamo vinto i campionati della scuola due se non tre volte di fila. Anche io partecipavo alla premiazione e ricevevo le prestigiose medaglie in silver plate. Peccato che se avevo dato un contributo era stato sicuramente negativo. Con la pallavolo ho sempre avuto un rapporto di timore reverenziale. Non credo di essere mai stato un tipo sportivamente ipodotato, però, sul rettangolo di gioco, mi assaliva un’ansia da prestazione che: i) mi ha sempre fatto umilmente battere dal basso, per non rischiare umilianti parabole sottorete; ii) mi ha sempre portato, quando mi trovavo in posizione di schiacciatore laterale, a rinunciare alla schiacciata per un più rassicurante pallonetto che puntava tutto sull’effetto sorpresa (se si esclude il fatto che lo facevo sempre, avrebbe anche potuto funzionare); iii) mi ha semiparalazzitato i muscoli quel tanto che mi consentiva di stare in campo, ma di non azzardare nessun azione che uscisse dal seminato dei due fondamentali che costituivano la mia zona di confort pallavolistica, vale a dire il bagher e il palleggio.
Più in generale ho il desiderio di primeggiare in uno sport. Una volta una tipa, saranno passati almeno dieci anni, sulla via del ritorno di una bella passeggiata in montagna autunnale, mentre tutti fremevano per l’imminente stagione sciistica, appreso che io nè facevo discesa nè snowboarding, mi disse “Cazzo, ma almeno sai nuotare?”. Quando mi torna in mente questo tragico aneddoto, ancora sono lì a pensare a una buona risposta per chiuderle la bocca, ma non m’è venuta. Conto di farcela nel prossimo, diciamo, lustro.

Il desiderio di procedere a passo spigliato, elegante e un po’ sfrontato con dei tacchi di almeno 7 cm. Mai riuscita nella vita. Mi sono convinta che è una gran metafora del mio understatement esistenziale.

– Il desiderio di assumere un indiscutibile accento British. Invece giuro che ogni volta che mi sento pronunciare “because” con la cadenza di Aldo Biscardi, mi fermo, scoppio a ridere e poi completo la subordinata causale.

Sarà pure vero che il decluttering sblocca la nostra energia vitale, ci restituisce spazi esistenziali dimenticati, recide il nostro cordone ombelicale con il passato, ridà respiro alla nostra creatività e altre fricchetonaggini correlate. Però è anche vero che riordinare è una gran rottura di palle, per cui richiudo il cassetto e vado a comprarmi un paio di scarpe.

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