Del tu?

Uno dei primi nitidi ricordi che conservo circa la saltuaria mancanza di coerenza e proporzione del mondo degli adulti si è cristallizzato nella mia memoria più che altro per via del doloroso senso di straniamento che ne ho ottenuto.
Passeggiavo per la strada, avrò avuto su per giù otto anni, quando ho scorto da lontano la figura di Maestra M. Chi ricordi minimamente cosa si prova ad essere bambini, saprà senz’altro che difficilmente c’è qualcosa di più straordinario del poter sparigliare luoghi e persone. Incontrare i compagni di classe nelle loro case anziché a scuola provoca una certa incontenibile felicità pomeridiana; poter avere mamma o papà eccezionalmente a scuola in orario scolastico è altrettanto eccitante. Figurarsi scorgere improvvisamente all’orizzonte del marciapiede sotto casa la propria adorata insegnante. Ecco perché quella volta non ho potuto in nessun modo contenere la gioia, ho sciolto la stretta che mi assicurava alla mano di mia nonna, e quella inattesa gioia l’ho fatta esplodere in una corsa a perdifiato per raggiungere l’oggetto della mia ammirazione. E quando sono arrivata al suo cospetto ho esclamato sicuramente col fiatone, ma con un sorriso ad angolo piatto: “Ciao Maestra M!!!“- La mia insegnante non era sola, non ricordo esattamente chi la accompagnasse, ma di sicuro si trattava di qualcuno di cui lei temeva il giudizio. Non c’è altra spiegazione per giustificare ciò che accadde in quel momento. Maestra M, la mia adorata Maestra M mi ha squadrato con gelido silenzio. Poi ha profferito in un soffio tra gli incisivi: “Giovane C., ti proibisco di darmi del tu fuori da scuola”.
Ovviamente quando sei bambino non hai gli strumenti utili a difenderti dalle brutterie che talvolta fanno i grandi che non lo sanno di essere ancora piccoli, anzi molto piccoli. Per cui, invece che contestare il discutibile approccio pedagogico della mia maestra che nella più rosea delle ipotesi mi stava disorientando, ma a dirla tutta mi aveva appena fatto restare di merda, me ne sono andata con la coda tra le gambe. Senza sapere esattamente come, sentivo di avere inesorabilmente sbagliato.
L’altro giorno mi è capitata una cosa incredibilmente simile. Me ne stavo in pausa pranzo nei pressi dell’ufficio, quando vedo passare un conoscente in compagnia di uno dei bramini del mio luogo di lavoro. Col tal conoscente ho in comune un luogo di villeggiatura e qualche chiacchierata informale da domenica pomeriggio. Non l’avevo mai visto prima d’ora da queste parti. Mi avvicino per buona educazione, sorrido e abbozzo un “Ciao, qual buon vento ti porta a farci visita qui?”. Lui mi guarda senza muovere un muscolo facciale. Al che gli do un’altra chance, mi tolgo gli occhiali da sole e biascico con un certo imbarazzo: “Sono C, forse con gli occhiali non mi avevi riconosciuta“. Lui fa un cenno millimetrico con la testa e sussurra “Sì che lo so chi sei“. E se ne va via frettolosamente col tal bramino. Ci ho pensato e ripensato, alla fine l’unica ragione possibile del suo comportamento è che non volesse far vedere al bramino che un paria gli si rivolgeva dandogli del tu.

Ma che davvero i dinosauri di queste specie non si sono ancora estinti?

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