Racconti di fine aprile (parte I)

Il venticinque aprile è stato il giorno giusto per rispolverare con le mie giovani i racconti di guerra, di pace e di liberazione dei miei vecchi che non ci sono più. Piccole storie su misura per loro. E canti.
Per uno strano intreccio di parole e di ricordi a un certo punto della giornata, mentre le facevo la doccia, mi sono ritrovata a raccontare a Mademoiselle C di quando da ragazza ho trovato una giovane tortorella caduta dal nido. Stavamo per lasciare la casa che aveva ospitato un ritiro dell’oratorio. Forse non avevo nemmeno diciotto anni, forse ne avevo qualcuno in più, non so, non ricordo. Sicuramente ero impregnata di idealismo fino ai più reconditi anfratti della mia cavità addominale, questo lo ricordo. Insomma, a un certo punto si sente un tonfo sordo nel cortile e sull’asfalto compare un pulcinone piuttosto sgraziato. Per un po’ lo guardiamo e non lo tocchiamo. Abbiamo letto tutti su un qualche sussidiario delle elementari che per avere qualche chance che mamma uccello scenda a riprendersi l’esule pulcino, occorre non mischiare il suo odore con quello di un umano. La mamma uccello ne ha troppa paura, tanto da non riconoscere più le piume delle sue piume. Addirittura ce ne andiamo per un po’, ci rifugiamo dentro casa e sbirciamo dalla finestra, in attesa che la mamma torni a riprendersi il suo batuffolo pennuto. Intanto si fa sera. Mamma tortora non si fa più vedere e per noi arriva l’ora di tornare a casa. Così prendo dal mio zaino la maglietta del pigiama e ci adagio sopra il pulcinone. E’ caldo, è coperto di una lanuggine sottile, sotto si indovinano architetture di ossicini che si potrebbero rompere a schiacciare appena un po’. Il cuore gli batte all’impazzata. Forse non ha paura, forse è solo il battito accelerato di un neonato.
Fatto sta che me lo porto a casa. Decido che è femmina e la battezzo Libera, perchè il mio idealismo ha deciso che le insegnerò a volare e dopo lascerò che lo faccia. E così succede. Trascorrono dieci giorni di buffi tentativi di trofallassi e di laboriose lezioni di volo. Libera, ignara come molti discenti del fatto che la sua insegnante non abbia nessuna nozione di volo, si appolaia volentieri sulla mia mano. Dopo di che imprimo a tradimento alla mia mano un’accelerata verso il basso  ed è sorprendente che lei per istinto apra le ali. Ogni giorno sempre di più. Finchè un giorno trova l’uscita della gabbia, verso la libertà. Ecco cos’era questo racconto- ho realizzato poi, chiedendomi come mai mi fosse tornato alla mente questo ricordo: un mio minuscolo personale ricordo di liberazione.
Ma dentro a quella storia, ho scoperto che se ne nascondeva un’altra e sono andata avanti a raccontarla a Mademoiselle C, mentre le asciugavo i capelli.
Le ho raccontato che in fondo speravo che Libera tornasse a trovarmi. Com’era capitato a nonno M – mio papà- quando lui era ragazzo negli anni Cinquanta. Aveva trovato nel frutteto di suo nonno -il mio bisnonno A- due tortorelle cadute dal nido e le aveva salvate dai corvi in agguato. Le aveva allevate entrambe e a entrambe aveva insegnato a volare. Poi, una delle due se ne era andata via senza tornare, mentre l’altra aveva preso a seguirlo da lontano. Quando mio padre usciva, lei saltellava di albero in palo per non perderlo di vista; se lui correva in bici, lei lo sovrastava volando su di lui; quando lui tornava in casa, lei si appollaiava sul caco in cortile e lo aspettava. Non lo lasciava mai.

Mamma, prendiamoci un uccellino a casa, ma dobbiamo insegnargli sempre a tornare da noi– mi dice Mademoiselle C, profumata e pettinata.

Sai che c’è, Mademoiselle C? Magari ci prendiamo un gatto.

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