Il duplex

Giusto una settimana fa, mentre eravamo intenti a martellare strumenti in acciaio nel terreno di risaia, un collega mi ha ricordato un fatto sepolto nelle più profonde stratificazioni geogologiche della mia coscienza.

Il fatto venuto alla luce grazie alla voce di M è suonato ben strano anche ai miei timpani, come se venisse da un passato che non ho veramente vissuto io.

Prego coloro nati, diciamo, dopo il 1990 di trattenere risolini di incredulità.

Quando il prefisso telefonico si usava solo per le interurbane e noi si rispondeva al settecentottantanovantacinquequarantotto, a casa avevamo il Duplex.
Il Duplex, sì. Praticamente condividevamo la linea telefonica di casa (peraltro l’unica forma di comunicazione telefonica possibile, oltre alle cabine della SIP a gettoni) con un altro utente. Nel nostro caso si trattava dei vicini del quinto piano, i signori Genovesi.

Decidere di telefonare era una specie di roulette russa. Non sapevi mai se la linea era libera oppure se c’erano i Genovesi all’apparecchio quattro piani più su della tua testa. Se il telefono era muto significava che era in corso una conversazione ai piani alti e ti toccava aspettare che terminasse. Se invece suonava libero potevi procedere alla tua telefonata. Che, ovviamente, non poteva essere troppo lunga, per rispetto ai Genovesi, metti che dovessero fare una chiamata urgente e tu stavi chiacchierando amenamente con una tua amica.

Tramontato il Duplex c’è rimasto il telefono fisso, che aveva tanti difetti, ma anche qualche piccolo pregio di non poco conto. Okay, se aspettavi una telefonata importante ti toccava stare a casa e non allontanarti nemmeno per un istante. C’è stato un incredibile tempo che io eppure ricordo in cui non esisteva nè segreteria telefonica nè possibilità che l’apparecchio registrasse ora e numero delle chiamate entranti.
Okay, se tuo padre doveva telefonare non c’erano santi, tu dovevi troncare quella vitale telefonata con la tua amica.
Okay, se aspettavi la telefonata di quel tal ragazzetto coi ricci dovevi stare lì a trepidare davanti al grigio apparecchio a rotella che, mentre crescevi, si è trasformato in bianco coi tasti e poi in rudimentale cordless. Ma tu sempre lì stavi. Ad aspettare che squillasse.

Però, però, però…

Però, c’era che se squillava il telefono, tu ti precipitavi a rispondere col cuore in gola. Nel novantanove percento dei casi non era il ragazzetto coi ricci, però intanto scambiavi due battute con le amiche di tua madre, coi compagni di scuola di tuo fratello, coi colleghi di tuo padre.
Però c’era che se non volevi parlare con la tal persona, era sufficiente mandare tua mamma a rispondere al telefono e informarla con ampi cenni di dissenso, mimando con la mano una ghigliottina invisibile a reciderti il collo, che proprio non eri in casa in quel momento e che, no, non saresti rientrata fino ad una imprecisata ora della notte.

Ora la linea telefonica fissa molti non ce l’hanno nemmeno più. E’ una specie di relitto evolutivo che sopravvive nelle case dei nostri nonni e poco più.
Oggi noi uozzappiamo. Tuttavia, non riesco ad immaginare niente di più deleterio dei gruppi di uozzap, uno stillicidio di drin drin senza tregua, cui molto spesso ti senti in dovere di dare seguito, controllando il telefono ai limiti della malattia compulsiva. Sentendoti per lo più una cretina. Io sono ancora una neofita nel campo delle chat di classe, nel mio caso il massimo che mi può capitare è discutere del regalo di fine anno alle maestre. Ma gli amici con figli in età scolare mi raccontano di leggendari scambi di notifiche sui compiti a casa, dalle recriminazioni per la mole di lavoro che devono affrontare i giovani rampolli fino alla risoluzione collettiva di compiti di aritmetica. Praticamente un inferno touchscreen.

Sarà che carico il Duplex della leggerezza della mia infanzia, infarcisco il telefono a rotella delle mie trepidazioni adolescenziali, e associo uozzap alle mie responsabilità da adulto.

Sarà, semplicemente, che sto invecchiando.

08218_01

9 pensieri su “Il duplex

  1. “Nel novantanove percento dei casi non era il ragazzetto coi ricci, però intanto scambiavi due battute con le amiche di tua madre, coi compagni di scuola di tuo fratello, coi colleghi di tuo padre.” Bellissimo: tu (forse) credi di far solo sorridere (o ridere proprio), invece hai una saggezza e un acume profondi… E quanti ricordi… Noi il telefono l’avevamo ben piazzato al centro della casa: nessuna privacy, ma-tanto- non c’era neanche nessun ragazzo coi ricci 😉

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