Il ventenne

Una certa costante del mio, chiamiamolo così, mestiere sono quelle persone che ti porti dietro per illustrare loro gli esperimenti che stai facendo. Visiting scientists, studenti stranieri, tesisti, colleghi neofiti, estemporanei curiosoni. D’estate, al novero di coloro che si ammazzano di sbadigli al ritmo delle mie improbabili spiegazioni si aggiunge una specie del tutto particolare. Lo stagista. Lo stagista, in genere, sta terminando le superiori, per lo più ha appena completato il suo quarto anno e sta cercando disperatamente di fare incetta di quei crediti che gli permetteranno di sopravvivere a quello che generazioni di racconti hanno dipinto loro come il primo vero importante esame della vita e che loro intuiscono come un incerto e un po’ orribile miraggio: la maturità.
Anche quest’anno lo stagista non ci è mancato e ha incarnato le particolari sembianze di un ventenne reduce dal temibile esame di stato. Cioè praticamente, il Ventenne si è conquistato alcuni punticini per fare cifra tonda esibendo un “Pagherò” e al termine della procedura d’esame- incredibile dictu– si è davvero presentato qui a espletare il suo tirocinio postumo.
Il Ventenne in giro con la Trentacinquenne.
Appuntamento alle sette al cancello principale, il Ventenne timorato di Dio, alle 6.54 mi chiama allarmato a bordo del pullman di linea che lo sta conducendo all’appuntamento. Lo rassicuro con mansueta magnanimità e ne approfitto per un caffè.
Trascorro gran parte del viaggio e dei primi campionamenti della giornata a trasfondergli supercazzole come se non ci fosse un domani. Vengo piacevolmente sorpresa da suoi insospettabili guizzi mentali. Uno su tutti, mentre mi affanno a chiarire la differenza tra flusso di massa e diffusione, distinzione a me autisticamente cara circa la quale difficilmente riesco a trasmettere entusiasmo, lui mi produce dal nulla una magnifica metafora intorno a un ideale piatto di gnocchi tricolore. Quasi mi commuovo, ma non lo do a vedere, mentre mi si delineano nella mente gli strani tratti del Ventenne, reduce da uno zoppicante percorso scolastico, che per decidere il suo prossimo corso di studi, ha deciso di bussare direttamente alla nostra porta. Una buona idea, che alla Ventenne che era la Trentacinquenne di oggi non sarebbe mai nemmeno lontanamente venuta in mente. La ex- Ventenne seguiva vie già battute, al massimo andava a giornate a porte aperte organizzate dalle facoltà o consultava improbabili guide all’orientamento. Vagheggiava di salvare il mondo affidandosi alle produzioni cerealicole, ma non faceva parte della sfera del possibile per lei andare in giro per le risaie a fare i “gas-busters” con trentacinquenni pseudoricercatori o sedicenti tali.
Il Ventenne di oggi, studente poco brillante, ha invece intuito da vendere. Peccato che alla settima ora sotto l’insistente sole di risaia abbia completamente sbroccato e la Trentacinquenne abbia trascorso gran parte del pomeriggio a cercare di arginarne le intemperanze al cospetto degli avventori del sacro centro ricerche che ospita la nostra sperimentazione. Questioni di moleste ricerche di cartine per girarsi una siga, di transpallet che si trasformano in monopattini, di monumentali pile di sacchi di sementi che diventano comodi giacigli per non accordate pennichelle pomeridiane.
Il Ventenne in verità non farà scienze agrarie ma scienze forestali. Egli dichiara di non volere avere a che fare che con la natura, non certo che con attività produttive (“No, no, non voglio avere a che fare coi soldi delle aziende private”). Cosa volete che vi dica, la Trentacinquenne, invece che specchiarsi nelle acque di sommersione della risaia, ha finito per rivedersi nel Ventenne idealista. Ha sorriso di tenerezza ai suoi strambi afflati di purezza, al suo desiderio di non sporcarsi le mani col vile denaro. Avrebbe voluto dirgli che un giorno avrebbe capito che ogni azienda è fatta di persone e che le persone per campare devono pur guadagnare qualche soldo e che è comunque bello cercare di proteggere l’ambiente e di lasciare che gli umani ci campino, con la terra. Ma alla fine, quell’ “un giorno capirai” non gliel’ha mica detto, no, no. E non perchè il Ventenne facesse il suo percorso umano in autonomia, no, no. Non gliel’ha detto perchè, nel farlo, la Trentacinquenne si sarebbe sentita mortalmente vecchia.

4_6_2015

3 pensieri su “Il ventenne

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