Le mie misere categorie mentali

Una mattina sali su un pullman superaffollato con quattro bambini, due borsoni da spiaggia e un’informe sacca di secchielli e palette. Hai promesso ai bambini che li avresti portati a giocare con la sabbia, anziché coi soliti ciottoli nostrani. Con te c’è santa nonna, non potresti farcela altrimenti. Ti è da subito chiaro che il conducente vorrebbe fare a meno di voi. Fa la fermata quattro metri in ritardo, apre le porte per il tempo necessario a gettare la ciurma all’interno e le richiude in un baleno rischiando di mangiarsi i lembi del tuo prendisole leggero, parte a tutta velocità inerpicandosi per il promontorio senza cura alcuna per chi fatica a tenere in equilibrio una manciata di bimbi che hanno vent’anni in quattro. Pensi tra te e te che se non fosse per la mano tesa con cui la ragazza congolese ha afferrato le gemelle, non avresti potuto mantenere in piedi quei piccoli birilli di carne e capricci. Pensi che anche la piccola sarebbe rovinata a terra prima di arrivare in cima al Capo se quell’indiano in abiti bianchi non l’avesse ospitata per un po’ sulle sue ginocchia. Pensi anche che il sedile offerto dal vecchio nordafricano al tuo giovane nipote sia stato provvidenziale per evitargli di rotolare fino ai piedi del conducente. Pensi che nessun italiano si sia scomodato a porgere la mano, offrire le ginocchia, cedere un sedile alla tua combriccola, per agevolare quella scomoda manciata di fermate verso un’allegra giornata di sabbia e formine.
Pensi che empatia e accoglienza abitino altre terre. Che la gentilezza ormai venga da altrove.
Lo pensi per tutto il giorno e per i giorni successivi e questi pensieri si intrecciano con molti altri. Coi racconti della tua amica inglese, che ti parla di un altro pezzo di viaggio dei migranti, che, dopo aver fatto il pezzo di Mediterraneo di cui ti parlano i giornali di qui, si mettono in testa di attraversare la Manica per poi magari morirci per aver mollato sfiniti la presa da sotto il camion o dal carrello di un aereo. Si intrecciano con le domande di tuo nipote che ti chiede come abbiano fatto ad arrivare fino a qui tutti quei venditori di fiori che mettono le loro rose tra te e i tuoi spaghetti allo scoglio. Si intrecciano col fastidio che ti danno quelle rose, quella silenziosa insistenza, Si intrecciano coi tuoi pensieri successivi, quelli in cui i cingalesi fioriti che disturbano i tuoi spaghetti allo scoglio non sono altro che la Nemesi della differenza tra nord e sud del mondo e che è ancora grazie che le loro armi siano fiori.
Poi, tempo dopo, riprometti un altro giorno di sabbia e ti tocca prendere nuovamente il pullman. Con tuo grande stupore, chi ti aiuta questa volta è un gentile controllore dell’azienda di trasporti locale. Invece che controllare che tu abbia regolari documenti di viaggio, si assicura che ci sia un posto a sedere per te e per tutta la gente che hai messo al mondo. Chi ti lascia quel posto a sedere è un’elegante signora che si era accaparrata il sedile davanti perché soffre terribilmente il mal d’auto e che, adesso, si ritrova a dondolare pericolosamente nel corridoio centrale. Chi intrattiene la piccola di casa con smorfie e sorrisi è un’allegra nonnina nostrana.
E allora ti vergogni delle tue misere categorie mentali. Pensi di aver pensato pensieri terribilmente sciocchi. Realizzi che la gentilezza e l’empatia sanno abitare gli animi degli uomini, indipendentemente dalla storia dei loro viaggi e dalla geografia dei loro corpi. Ti senti un’idiota, persino vagamente immeritevole dell’attenzione che tutte queste persone ti hanno dato. Speri in cuor tuo che quella della trasmissione del pensiero sia un’invenzione cui l’umanità tardi il più possibile ad arrivare.

2 pensieri su “Le mie misere categorie mentali

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