Riconoscersi contenti è eradicare il fake di Steve Jobs che è in noi.

– Mamma, quanti regali posso chiedere a Babbo Natale?-
– Mah, massimo un paio-
-Mamma, cosa vuol dire un paio?-
-Due-
– Ah. Due sono pochi, facciamo cinque-
– No, sono troppi, bisogna sapersi accontentare, sai?-

Per la cronaca, Mademoiselle C e Signorina A hanno fatto un elenco a punti numerati, con quattro voci per ciascuna di loro e due voci per la morigerata Miss T. Poi, non si sa veramente perché, di quelle quattro voci ne hanno sdoppiata una. Cioè, entrambe, ai rispettivi punti 1 e 4 hanno infilato “Pattini a rotelle”. Non è che vogliano due paia di pattini ciascuna, almeno mi pare di capire; è che una volta fissati i 4 punti della lista, bisognava riempirli tutti. E, poi, inspiegabilmente hanno occupato il punto 2 dell’ignara Miss T con un regalo che volevano loro.
Vai a capire l’aritmetica delle letterine di Natale.

Ai bambini insegniamo che bisogna sapersi accontentare. La sobrietà nei desideri sembra un valore da somministrare ai bambini, almeno in età prescolare.
Poi succede qualcosa di esoterico e misterioso alla parola accontentarsi.  Da meritorio esercizio di virtù diventa un orripilante zombie da cui sfuggire prima che ti azzanni i polpacci e ti renda un altro mostruoso morto che cammina. Arriva una non meglio precisata età in cui è mortalmente pericoloso accontentarsi.
Ora, non è che io ce l’abbia veramente con te, Steve Jobs, parlandotidavivo. Sono certa tu fossi un’ottima persona e il tuo discorso ai laureandi di Stanford sia stato travisato nelle sue vere intenzioni. Succede spesso, sai, ci innamoriamo di uno slogan, staccandolo da ciò che gli era stato pensato intorno. Però te lo devo proprio dire: tutta questa storia dell’essere affamati e che non dobbiamo accontentarci ci è entrata così dentro, che tocca proprio andarla a scovare lì dove si annida e rettificarla una volta per tutte. Insomma, Steve, lo so, tu in realtà l’hai buttata lì così: “E l’unico modo per fare un buon lavoro è amare quello che fate. Se ancora non l’avete trovato, continuate a cercare. Non accontentatevi. “.

Però, per l’amor del cielo, una volta che l’avete trovato quella roba lì che cercate (non dico prima, eh, dico proprio quando ce l’avete per le mani), piantatela di sentirvi affamati. Forse non è proprio fame, forse a questo punto soffrite di reflusso gastroesofageo. Fatevi vedere da qualcuno.

Una delle mie perversioni è la lingua italiana. Consulto abitualmente il sito della Crusca e il vocabolario Treccani. Per cui, non me l’invento, accontentarsi altro non vuol dire che riconoscersi contenti.

E – una volta eradicato il fake di Steve Jobs che alberga in ognuno di noi -riconoscersi contenti se lo si è, non è essere uno zombie che cammina, è una doverosa azione da uomo vivo.

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16 pensieri su “Riconoscersi contenti è eradicare il fake di Steve Jobs che è in noi.

  1. Adoro! A me il discorso di Steve Jobs è sempre stato abbastanza antipatico, forse perché si scontrava con la realtà del tempo in cui lo ascoltavo, un tempo in cui ero inquieta, incostante e alla ricerca di un non so che. Che poi era esattamente un riflusso esofageo – grazie per avergli dato un nome 🙂 Ora che l’ho curato continuo a essere molto affamata, di vita, esperienze e cibo etnico, ma sì che mi ricordo il perché devo essere contenta 🙂

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  2. Bello.
    Al termine “accontentarsi” io preferisco però “saper godere di ciò che si ha, o di ciò che si è”. Trovo che “accontentarsi” sia più negativo, come se uno, non potendo avere ciò che vuole, si costringa a rinunciare a qualche cosa.
    “Godere” invece, per me significa essere “appagato e felice”.
    Buona giornata.

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