Che lavoro fai, mamma?

-Che lavoro fai, mamma?-

– Ehm, uhm, ohm…oooooooooooooohm- provo a prendere tempo, io, cercando una categoria professionale facilmente intellegibile da una bambina di sei anni, in cui collocarmi senza allontanarmi troppo dalla realtà.

Mi fanno capolino nella testa diverse alternative, tra le quali cerco di orientarmi con una certa qual dignità, mentre gli occhi di Mademoiselle C si fanno sempre più interrogativi e le mie ascelle sempre più pezzate.

Potrei dirle che sono una scienziata. Ma la mia è una scienza applicata, una scienza spuria, farei inorridire tutti i bosoni di Higgs presenti nell’universo. Molti non lo sanno, ma i bosoni, così come gli scienziati, possono essere terribilmente snob.

Potrei forse dirle che sono una ricercatrice. Ma la verità è che se di fatto è quello il lavoro che faccio, non posso dirmi ricercatrice, perché il mio contratto mi impedisce di definirmi così. D’altra parte assegnista di ricerca mi pare una definizione poco alla portata di Mademoiselle C, oltre che della maggior parte del genere umano.

Forse potrei dirle che sono un’agronoma. Mmm, no, nemmeno il correttore di Word sa cos’è un agronomo, figurati una bambina. Poi, a dirla tutta, non ho nemmeno mai fatto l’esame di stato e non vorrei far indispettire l’ordine, sai mai che ci sia qualche cimice in camera delle bambine.

Magari potrei usare una cara vecchia perifrasi, aggrapparmi a un gruppetto di parole invece che a una definizione secca. Robe del tipo Studio i gas serra che producono i terreni oppure un più baby-friendly Aiuto i contadini a inquinare il meno possibile. Ma così mi attirerei domande sul riscaldamento globale, per carità.

Oppure potrei sventagliare una sonora supercazzola internazionale e rifugiarmi in quel che scrivo in coppa ai miei mai usati biglietti da visita: Agroecologist. È che sento che, al pronunciare questa parola, potrei attirarmi il mio primo mavaffanculo della vita da una delle mie figlie. Non sono pronta.

– Beh, Mademoiselle C, faccio un lavoro interessante, poi una volta te lo spiego meglio-

36 pensieri su “Che lavoro fai, mamma?

  1. Vedi avere la non-risposta pronta! Anch’io ho annaspato mica poco quando ho dovuto spiegare a mio figlio che traduco contratti e documenti legali… con i bambini più piccoli a cui insegnavo inglese me l’ero cavata con un “faccio una specie di magia: prendo le parole che sono scritte in italiano e le trasformo in parole inglesi”. Però credo siano rimasti un po’ perplessi anche loro 😀

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  2. Io non sono messa meglio, perché, se dovessi spiegare ai bambini il mio lavoro, mi odierebbero… visto che lavoro per una società finanziaria (leasing) e “valuto” il clienti dividendoli in “degni” e “indegni” di avere i soldi.
    Detto così, mi odierebbero.
    Ma per spiegare meglio, dovrei far capire loro roba tipo bilanci, centrali rischi, andamentali, rating.
    Mi odierebbero. Ancora di più.

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    1. magari, almeno per iniziare, potresti concentrarti sulla felicità dell’essere degni, più che sulla tristezza di essere considerati indegni…a volte, lo penso per me, spiegare a loro serve a rendere maggiormente consapevoli noi 🙂

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  3. Io mi trovo nella tua stessa situazione, ed è spesso più difficile dover spiegare ai grandi cosa faccio esattamente… per mio figlio io sono una scrittrice e per ora va bene così… :-)))) Lui vuole fare il pittore da grande quindi, in qualche modo, ci capiremo e saremo legati dall’arte… ;-)))

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      1. Sì, credo sia normale, perché comunque viviamo in una società dove molte persone si danno un valore o vengono considerate in un certo modo in base alla loro professione. Più ti definisci più sei definito e questo crea una sorta di sicurezza in molti. 😘

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  4. Bellissimo post, Chiara!
    Io che mi occupo di formazione del personale in un’azienda sono avvantaggiata. A Dudi spiego che faccio un qualcosa di simile alla maestra. Solo che anziché insegnare ai bambini, insegno ai grandi. Lei è molto soddisfatta della mia risposta e anche a me piace.
    Diverso è quando parlo con i miei colleghi e dico “E’ come lavorare con i bambini, con la differenza che i bambini, almeno, sono innocenti…”.
    Ciao! 🙂

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