A Carnevale ogni tristezza vale

Quando avevo dieci anni circa, mia nonna A, che era sarta, mi aveva confezionato un delizioso abito da fatina. Sulla gonna a cerchio di pesante raso rosa, un delicato signore, amico di famiglia, aveva pazientemente apposto decine di stelline nere in cartone ricoperte di porporina dorata.

Era un ferroviere in pensione che adorava sua moglie (non ho mica più incontrato uomini così adoranti, ora che ci penso) non aveva ancora nipoti e mi aveva eletta tale. Io da parte mia non avevo nonni uomini e credo sia stata una specie di adozione consensuale. V. mi toglieva i denti da latte quando ne avevo necessità. Era una pratica che consentivo solo a lui, che mi legava un filo di seta attorno al dente ballerino e, sorridendo amabilmente, esercitava la forza necessaria ad un distacco senza lacrime né dolore.

Quella domenica sono andata alla sfilata dei carri sfoggiando con orgoglio il mio abito da fatina con la gonna rosa impreziosita dalle stelline di V. Una volta tornati a casa, abbiamo appreso che V., mentre i carri sfilavano, aveva avuto un infarto ed era per quello che non lo si trovava più da nessuna parte. Mentre il mio cuore di dieci anni, lo posso ricordare nitidamente, batteva all’impazzata, il suo s’era fermato su una lettiga d’ambulanza.

Penso a questo episodio lontano quando cerco una spiegazione per tutta la tristezza che mi fa il Carnevale, anche se non credo che stia tutto lì.

Il Carnevale, e in particolare quelle sfilate rumorose ed eccessive, è come se mi costringessero a guardare in faccia alle domande che non voglio farmi, a quelle che metto a tacere.

È quel momento in cui mi è chiaro come non mai che la vita si agghinda, si maschera, si nasconde. Canta più forte, per non sentire.

Sotto la coltre dei coriandoli, sotto le strisce rosse da indiano, sotto i nasi da clown e le giarrettiere da sexy suore (negli anni Ottanta andavano forte) c’è qualcuno con cui parlare, qualcuno a cui confessare con sincerità che non ne sai veramente niente del significato che tutto ha.

Quel qualcuno, mi sa che sono io.

tristezza1

23 pensieri su “A Carnevale ogni tristezza vale

  1. “… È quel momento in cui mi è chiaro come non mai che la vita si agghinda, si maschera, si nasconde. Canta più forte, per non sentire….” ecco spiegata alla perfezione la malinconia che mi mette addosso il carnevale… Pierrot è davvero il costume perfetto, se proprio bisogna mascherarsi…

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  2. Avevamo quasi tutti una nonna sarta….. Bellissimo racconto, meraviglioso questo nono adottivo….. Anche io non amo il carnevale, da piccola mi vergognavo pure…. Una festa che non ho mai capito fino in fondo e non riesco a trasmetterla a mia figlia… Però chiacchere e tortelli trooppo buoni!!!

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  3. Oh che tristezza, ma che bello al tempo stesso …
    Il carnevale a me metteva sempre tristezza … tutta visibile nei giacconi sopra ai vestiti o nei maglioni sotto i costumi …
    E no, mi sfuggono molte cose, ma non tante altre! Ed è il bello racchiuso in tutti noi, unici.

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  4. Io il Carnevale lo odio proprio e non ho avuto traumi infantili. Mi dà fastidio la volgarità che ho sempre visto in questa necessità di strafare, di uscire fuori dagli schemi, di eccedere, di fare cagnara fingendo di divertirsi, di sporcare……mi piacciono solo i dolci che si fanno in questo periodo, per il resto cerco di starmene chiusa in casa evitando le sfilate, la folla “festante” e i ragazzini maleducati.
    Ciao, buona notte, dormi bene e fa bei sogni.

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