L’unica cosa che so fare è resistere al tempo

La Professoressa T, per tutti solo “la T”, arrivò in classe, un giorno qualunque della quinta, furiosa. Non ci fece una ramanzina, come forse ci aspettavamo tutti.
Era sfigurata dalla delusione per una di quelle faccende che fanno sentire gli studenti più furbi dei loro insegnanti, uno di quei raggiri da adolescenti idioti, appena più grave degli altri (questo va detto, ma non aggiungerò altro su questa vicenda che aveva a che fare con uno, o forse erano più, compiti in classe di matematica).
Ci guardò, furibonda e sibilò tra i denti a noi, molto vicini al diventare adulti, ma ancora tremendamente coglioni per saperlo: “Vi siete comportati da piccoloborghesi, qualunquisti, fascisti“. Un’escalation tra i peggiori insulti che una comunista, femminista, ex attrice di teatro, insegnante di storia e filosofia, potesse immaginare; una che, per intenderci, il viaggio di nozze lo fece negli anni Sessanta sulla Transiberiana fino a Vladivostok. Non posso dimenticare di quella volta lì, che “la T” mi diede, a me come agli altri, della fascista. Credo persino avesse ragione, nella misura in cui, tra tutto il repertorio possibile degli insulti, aveva scelto anche quell’aggettivo per riuscire a descrivere un comportamento con tutto il disprezzo che le era possibile in quel momento di rabbia, che io ora ricordo (pensa te) come una dimostrazione di grande affetto nei nostri confronti.

Sono cresciuta antifascista. Nella mia città, rossa ininterrottamente dal 1945 non avrebbe potuto che essere così. Si festeggiava il 25 aprile, intonando in coro col sindaco in piazza i canti della Resistenza. Si leggeva Il sentiero dei Nidi di Ragno. Ci si commuoveva con Primo Levi. Si ascoltavano in grossi auditorium gremiti le testimonianze di quella generazione, quella dei nostri nonni, che c’era vissuta dentro. Ci si chiudeva la bocca dello stomaco nel realizzare che tutto quello era successo appena cinquant’anni prima.

Ora di anni ne sono passati oltre settanta e chi riempiva gli auditorium dei racconti della Resistenza pian piano se ne sta andando.

Io non so resistere a quasi nulla. Non so resistere a un paio di scarpe bianche da teenager, non so resistere a un pezzo di focaccia bianca fuori pasto, non so resistere al freddo, al caldo, alla fame, non so resistere ai capricci insistenti di Miss T. Sarei stata una pessima partigiana, va detto.

L’unica cosa che so fare è resistere al tempo, che si porta via i testimoni diretti, ma lascia ancora noi, che possiamo parlare di quel che abbiamo sentito dalla loro viva voce. Di quanto possa essere schifosa e senza nessuna pietà la guerra che, anche quando sta per finire, ti porta via tua madre nell’ultimo bombardamento di Alessandria, come raccontava la mia prozia A; che ammazza sessantasei antifascisti dopo l’annuncio della liberazione, come fecero i nazisti in ritirata, proprio qui, come raccontava la mia nonna acquisita G, che fu visitata da quei militari tedeschi mentre stava partorendo. Di come dalla guerra si possa guarire senza dimenticare. Di quanto può sembrar strano ora rischiare se stessi per riavere indietro la libertà per tutti. Di quando  mia nonna A si è messa in fila insieme agli uomini, per andare a votare, la prima volta. Di tutta la gratitudine che uno, se ci pensa, può provare per questo.

 

4 pensieri su “L’unica cosa che so fare è resistere al tempo

  1. Molto bello.
    Ci penso spesso, mi lascia attonita una lunga serie di fatti che non mi spiego, attorno a queste storie. Come si può rimpiangere il fascismo o – ancora peggio – il Nazifascismo?
    Qual è la parte di corpo – sia cuore o cervello – che manca a chi non capisce, o non viene colpito dai racconti dei nostri nonni?
    Ricordo quello che mi spiegava la bisnonna, sedute sulle scale, come fosse ieri, dall’impressione che mi fece che fosse normale parlare di bombe, esplose anni prima a cento metri da casa mia. Io non so.

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  2. Grazie per questo tuo bellissimo scritto.
    A 16 anni, appena uscita dall’orfanotrofio dove avevo vissuto per 10 anni, sapevo poco o nulla del nazi-fascismo. In seguito trascorsi molti anni a cercare di capire, leggendo, documentandomi, visitando luoghi nelle città italiane ed europee che potessero dare risposte alle mie domande, ai miei dubbi. Mi meraviglio ancora oggi che ci siano persone e folle pronte a inneggiare all’idiozia dei fomentatori di idee così stupide, inumane.
    Forse che in tempi di crisi si debba sentire il bisogno di uomini forti, di idee così “rassicuranti” come quelle di personaggi che promettono tutto, ma scapito di tutti? Quando vedo i vecchi documentari degli anni trenta-quaranta, mi chiedo come abbiano fatto a credere alle parole che venivano urlate nelle piazze. Mi chiedo oggi come si faccia a credere alle parole dei mentecatti che vaneggiano idee trite e ritrite, ripetute dall’epoca di Antioco primo e le sentiamo in USA, URSS, Corea del Nord, oltre che da altri nostri conterranei e anche europeisti vari. Alla stupidità umana non c’è alcun limite e i giovani, attualmente, crescono con una inconsapevolezza in cui l’ignoranza fa da padrone.

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