Correva il luglio del 1998

A me l’estate porta stagisti.  Ragazzi che nella maggior parte dei casi hanno appena terminato la quarta superiore e stanno pensando più intensamente che mai a cosa vogliono fare da grandi. Sono convinti che la cruna principale da cui deve passare la matassa che tentano di dirimere sia la scelta dell’Università.

Ognuno lo fa a modo suo.

Chi sa esattamente cosa non vuol essere, ma rimangono intorno alla sua figura futura porzioni consistenti di marmo inutile da scalpellare via. Chi è convinto che sia meglio scegliere sulla base di un fantomatico posto di lavoro futuro, sacrificando parte delle proprie inclinazioni. Chi, invece, con stoico idealismo, sa che farà quel che più gli piace, sfidando il destino e le statistiche sull’occupazione.

A me piacciono tutti. Mi provocano una tenerezza galattica, che mi smuove strati polverosi di ero, fui e sono stata.

Qualcuno, talvolta, azzarda domande intorno a quel mio passato remoto. Il tempo della mia scelta dell’Università. Mi stupisce, questa domanda, ma la assecondo. Ripasso mentalmente il mio percorso.

Alla fine della quinta, la Maturità conclusa, i Mondiali di Francia in atto, ero convinta che avrei scelto tra la Facoltà di Matematica e quella di Filosofia, due discipline che amavo, senza peraltro sospettare la loro intima fratellanza.  Mi parevano agli antipodi, non sapevo che forse lo sono, ma comunque di un pianeta unico fra miliardi. Nessuna tra quelle due sorelle, tuttavia, rispondeva a un desiderio (un ideale?) che lampeggiava appena al di sotto delle mie palpebre. Come ogni adolescente che si rispetti, infatti, con somma modestia, sotto sotto architettavo di salvare il mondo. Né matematica né filosofia erano all’altezza di questo compito, o almeno non mi riusciva di capire come avrebbero potuto esserlo. Con mia enorme delusione, tra l’altro, avevo già capito di non essere portata per mestieri nell’area medico sanitaria, costringendomi a cancellare quell’immagine di me, medico in missione, con un paio di bambini da tratti esotici al collo.

Persa in questi pensieri, sfogliavo la Guida dello Studente, durante l’assolato luglio del 1998. Leggevo e rileggevo pagine già lette, senza grosse novità. Un giorno come un altro, forse presa da un accenno di sconforto, ho deciso di aprire la Guida in una pagina a caso, cercando un improbabile segno del destino. La aprii su una pagina mai letta, mai presa in considerazione. Era pagina 100. Scienze e Tecnologie Agrarie.

Il resto, credo si dica così, è storia.

Mi appassionai all’idea di me che avrei salvato il mondo attraverso le produzioni alimentari. Di me che avrei sconfitto la fame, debellato le carestie e compagnia bella.

“E com’è andata?” mi incalza lo stagista.

“È andata che alla fine ho capito che non avrei salvato il mondo. E il mio contributo perché non vada tutto a rotoli lo do cercando di studiare come limitare l’inquinamento degli agroecosistemi. Mi sono appassionata alla mitigazione dei cambiamenti climatici”.

Mi guarda entusiasta, non posso reggere quello sguardo, non me lo merito.

“Però vengo a lavorare in auto”.

Sono un’adulta, noi adulti siamo degli stronzi incoerenti, tesoro.

 

 

24 pensieri su “Correva il luglio del 1998

              1. Lo credo anche io, un po’ per insoddisfazione, un po’ per insicurezza, un po’ per l’essere quella generazione di mezzo che nessuno si caga da anni… ma ne usciremo vincitori, o almeno non troppo ammaccati

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  1. Oh sì conosco bene quella sensazione di tenerezza, il desiderio in fondo di specchiarsi in quegli occhi desiderosi di sapere e ripercorrere quello che si è fatto! Belle sensazioni ti regala l’estate 🙂 un bacio, my darling!

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  2. Bellissimo racconto, vorrei dire di avere ricordi altrettanto idealisti e/o fatalisti, ma no: io andavo per esclusione e alla fine la scelta poco convinta diede frutti sempre acerbi. Quanto all’incoerenza per via dell’automobile devo stringerti la mano: normalmente sono attorniata di verdi-mica verdi-solidali-bio-etc che vanno a mangiare il pranzo delle feste nei ristoranti a chilometro zero. Poi si pavoneggiano fieri. Ma che per arrivarci hanno fatto trenta chilometri in auto non solo non lo dicono: temo non lo registrino. Insomma quello che conta è che il pomodoro sia dell’orto. Congratulations per la tua limpida onestà.

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  3. Mi sono immersa nel racconto e quasi quasi vorrei chiederti di raccontarlo di nuovo… la prossima settimana ho gli esami di maturità, poi l’estate, e infine l’università… l’ho scelta andando un poco per esclusione, un po’ per curiosità, un po’ come compromesso… economia :))

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