La Pollyanna che ero e la stronza che sono

Pollyanna di Eleanor H. Porter è stato senza nessun dubbio uno dei miei romanzi di formazione. È ora che io ne prenda piena coscienza.

Mi fu regalato in occasione della mia Prima Comunione da un’amica di mia nonna A, non so più se fu la Signora Rosa, Alfonsina o Elsa. È così che l’ho conosciuta, ma nella mia testa non ha il volto della ragazzina con le trecce scarmigliate ritratta sulla copertina, ma quello della bambina con le efelidi e una salopette rossa, protagonista dell’omonima serie animata giapponese.

Il suo gioco della felicità ha caratterizzato incredibilmente i miei anni della prima giovinezza. In seguito ho accusato i primi sintomi di stronzaggine, ma solo dopo la maggiore età.

La faccenda di trovare almeno un aspetto positivo in qualunque situazione mi ha presa per mano e condotta a picchi di ottimismo ai limiti dell’idiozia, tipo di quando, sul mio diario personale, mi riferivo ad un ragazzo di cui ero impunemente infatuata e che non mi cagava di pezza con l’aulico epiteto de “il mio pensiero positivo”. (Ma vaffanculo, Pollyanna, va“, dice oggi la stronza che ormai alberga a tempo indeterminato in me, d’ora in poi nota con l’acronimo STI, Stronza a Tempo Indeterminato).

Complice un’imbeccata sulla costruzione di dialoghi letterari efficaci, ho recentemente trovato un fantastico compromesso tra la Pollyanna che ero e la STI che sono.

Scrivete il dialogo fino a quando vi sembra completo e soddisfacente, poi sfilate della battute, vedrete che alla fine sarà più leggero ed efficace, ci ha edotti l’illustre insegnante di scrittura.

La regola è, dunque: sfilare.

Così Pollyanna e STI si sono guardate negli occhi e si sono messe ad elencare ad alta voce i loro svariati motivi di insoddisfazione e relativi desideri risanatori. Le ho sentite con le mie orecchie confabulare frasi del tipo: vorrei essere una mamma più in gamba;  vorrei che i nostri contratti di lavoro fossero migliori; vorrei poter essere più efficiente e organizzata; vorrei non essere mai stanca per poter dare tempo e attenzione a chi me la chiede. E così via. Sono andate avanti parecchio, quelle due.

Poi hanno applicato la regola dello sfilare.

Hanno rimosso parole qua e là.

Vorrei essere una mamma più in gamba” è diventato “vorrei essere una mamma” e hanno avuto un sussulto di felicità al cuore, al solo pensiero di esserlo, in misura colma e abbondante.
Vorrei che i nostri contratti di lavoro fossero migliori” è stato mutilato a “vorrei lavoro” e si son scambiate uno sguardo fugace di intesa, per un tutto sommato che ha un bilancio non in perdita.
Poi hanno preso “Vorrei non essere mai stanca per poter dare tempo e attenzione a chi me la chiede” e, siccome ci avevano preso gusto a eliminare, sono rimaste con in mano un semplice “vorrei tempo e attenzione“. Sono state sorprese di averne e riceverne continuamente dagli altri, tanto da riuscire persino a darne indietro un po’.
Per nulla dome si son messe a potare via tutto e, taglia di qui, sfronda di là, non sono rimaste che con un unico gigantesco e nudo “Vorrei“. Sorridevano entrambe, fiere di avere con sé un bouquet vivo e rigoglioso di desideri.

Sì, mi porto appresso una chimera, una specie di Caronte a due teste: una è un’ottimista idiota, l’altra è una stronza. Eppure, insieme, talvolta fanno miracoli.

 

 

13 pensieri su “La Pollyanna che ero e la stronza che sono

  1. A posto: il romanzo e il cartone animato insieme hanno fatto danni alla nostra generazione di timide, ottimiste, sognatrici bambine amanti dei libri.
    Che ancora certe amiche mi chiamino Pollyanna, è tutto dire.
    Ma per me non è idiozia, preferisco essere sul serio alla perenna ricerca del pensiero positivo piuttosto che lamentarmi a prescindere.
    Dai che le tue Polly e la STI hanno fatto un grandissimo lavoro, che vivano per sempre armoniosamente insieme!

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