La mia idea di vacanza: la parabola dei tre mesi, andata e ritorno

All’inizio – non lo dico con certezza assoluta ma con buon senso- furono i tre mesi.

La mia idea di vacanza è nata in me, infatti, con la sospensione trimestrale di una quotidianità fatta del percorso scuola-casa casa-scuola quattro volte al dì (ero di quelli che tornava a casa a pranzo, alla mia generazione era ancora possibile farlo senza grossi intoppi burocratici e senza la moderna concezione del pasto come momento pedagogico complementare) del catechismo con le schede colorate all’ultimo minuto, del nuoto il martedì e il venerdì, del pianoforte un’ora la settimana. Si entrava in una nuova dimensione, anch’essa a suo modo abitudinaria, composta dalle case delle nonne, dall’amatissimo mare, dai compiti in campagna al riparo dalla canicola estiva dentro alle spesse e fresche mura di una casa centenaria, dai profumi di conserva e marmellata, dai rintocchi di campana e bollicine di gazzosino.

Era un’idea prosperosa, opulenta, felicemente sovrappeso, persin esagerata.

Nel tempo, gradualmente, ha perso significativamente volume, si è assottigliata per gradi. Ha sacrificato giugno e una fetta di luglio all’altare della maturità. Poi ha dovuto cedere un altro pezzo di luglio agli ultimi appelli estivi e settembre ai primi autunnali. Ma rimaneva pur sempre un po’ di luglio per farsi assaggiare e uno sfacciato agosto da divorare.

Il lavoro è arrivato a fare il resto della dieta, lasciando qualche brandello qua e là. Ma nella catena trofica, si sa, c’è posto anche per iene e avvoltoi, che ci campano una vita intera con gli avanzi. Anzi, son pranzi prelibati. E così sono diventata felicemente saprofaga anche io. La sono stata per un po’, godendo dei miei preziosi sprazzi di vacanza in meravigliosi settembri mediterranei.

Poi da due siamo diventati quattro. Poi ancora da quattro siamo diventati cinque.
Le due estati delle tre bimbe sotto l’anno di vita sono state pienamente libere dal lavoro, ma le vacanze totalmente annientate. Tempo a disposizione sulla carta, luoghi meravigliosi sulla carta, tanta immensa stanchezza nella realtà dei fatti.

Oggi le vacanze sono tornate stramaledettamente in forma. Secche e toniche come vorrei me piuttosto che loro. Però, da almeno due anni a questa parte, faccio esperienza di una nuova sensazione: sentirmi nuovamente in vacanza per tre interi mesi, pur avendo tre settimane di ferie. Mi sento nuovamente sospesa da una quotidianità fatta di tragitti scuola-casa casa-scuola, di riunioni scolastiche, di violino, catechismo, nuoto, feste di compleanno, cene preparate in tempo per andare a letto in tempo per svegliarsi al mattino in tempo per entrare a scuola in tempo. Vacanze nuovamente generose di una mezzora di sonno in più al mattino, di qualche indugio nell’andare a letto la sera, di tanta un po’ immaginaria ma anche tanto vera lentezza. Della grazia di stare insieme, senza essere strattonati malamente dalla routine che ci fa correre.

Sono grata a questa parabola che, in un viaggio andata e ritorno, mi ha fatto ritrovare la vacanza sovrappeso che mi ha educato all’idea stessa di lei. Ora che finisce per davvero, vorrei dirle grazie, all’idea generosa che ho ritrovato in me e dirle che conserverò di lei un unico buon proposito per questi mesi che ci allontaneranno temporaneamente: sarò sfacciatamente calma, mi farò superare da chicchessia, ma assumerò un’andatura il più possibile lenta. Lentissima.

 

(l’illustrazione, bella bellissima, è di Barbara Fragale, in arte Bibì. Potete trovare tutti i suoi disegni qui https://www.facebook.com/fragalebarbara2017/)

 

10 pensieri su “La mia idea di vacanza: la parabola dei tre mesi, andata e ritorno

  1. “La routine che ci fa correre…” Mai tornerei a quella routine nei panni di figlia, probabilmente non accadrà mai in quelli di madre!
    Prodigiosa eroina tu, come tutte le mamme di ieri e di oggi, corritrici, staffettiste solitarie in questo tempo che fa di tutto per impedire a noi umani, nati in questo lembo di occidente in decadenza, di contemplare il mondo in pace.

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