Essere madri non è un’avventura da stomaci deboli

Trascorro qualche ora libera con un’amica che non vedo da tempo. Attendo di assistere alla presentazione del nuovo libro di Enrica Tesio  già da qualche giorno e sono decisamente felice per questo appuntamento. Torno a casa con un leggero stordimento da libertà, come avessi bevuto quella birra a stomaco vuoto che non siamo riuscite a trovare setacciando palmo a palmo tutto il quartiere. Dopo tutto, anche senza alcool, la serata è stata divertente e la mia amica ha persino una foto di me con Mao nella memoria del cellulare. Che importa se indosso delle occhiaie che ho sapientemente costruito negli ultimi due decenni, dentro mi sento solo i diciassette che avevo alla fine degli anni Novanta.

A casa l’efficienza paterna mi fa trovare le bambine già infilate nei rispettivi letti. Giusto il tempo di qualche chiacchiera, abbracci concentrati. Mi alzo dal lettino di Miss T alla volta del bagno, quando sento che scoppia a piangere allarmata. – L’ho mandato giù, l’ho mandato giù!” urla abbastanza disperata. Ci precipitiamo nella stanza in stato di agitazione e cerchiamo di capire cosa è capitato. Miss T piange e urla che ha appena ingoiato “il ciondolo della paperina”. Sono in totale confusione, non riesco a capire cosa cavolo abbia introdotto in gola la giovane quattrenne, non riesce a venirmi in mente nessun ciondolo a forma di pennuto. Interrogo Signorina A e Mademoiselle C, ma nemmeno loro sono al corrente di palmipedi in formato gioiello. Alla fine Miss T riesce a spiegarsi: “Il cuoricino della scarpa”. Dunque, la paperina era una scarpa e non un animale e il ciondolo era un piccolo cuore di acciaio, che ornava la calzatura kitsch che Miss T si è fatta comprare a Pasqua. Questo cuoricino si era staccato tempo fa dalla sua sede originaria e io sono mesi che lo devo ricucire. All’allarme si sommano i sensi di colpa. Grandi.

Miss T comunque respira, almeno il cuore è sceso dalla parte giusta. E adesso?
Il signor Pàpici si fionda a consultare il librone delle malattie e malefatte infantili che si trova in libreria, io imploro aiuto da Google. Scopriamo che l’oggetto, che è di circa 1 cm di diametro e non presenta punte o spigoli vivi e non è di materiale tossico, è di per sé considerato poco pericoloso. Per capire se sia finito (salvificamente) nello stomaco o si sia incastrato (tragicamente) nell’esofago bisogna controllare che il bambino non ipersalivi (“Miss T, stai ipersalivando?” “EEH?”) e riesca ad ingoiare cibo solido senza far fatica. A questo punto sono passate abbondantemente le h 22. Propongo a Miss T dei grissini. Lei li mangia di gusto e a un certo punto mi chiede: “Mi dai anche un pistacchio?”. A questo punto una parte di me si tranquillizza, mentre l’altra si aizza contro l’iniziativa di Miss T di introdurre un corpo estraneo nel suo apparato digerente. Il Signor Pàpici gioca in quel momento il ruolo del poliziotto buono. Mi dice che è meglio tenerla tranquilla, mentre io continuo a sgridarla a perenne monito. Devo riuscire a convincerla che ha fatto una cosa potenzialmente gravissima e al contempo non riesco a tenere a freno i nervi gravemente compromessi dall’ansia.

Mi porto Miss T nel lettone per vegliare sul suo respiro. Ovviamente mi addormento tempo zero, appena dopo di lei. Dorme bene, il giorno dopo è allegra, in buona forma. Dai testi consultati sappiamo che adesso dobbiamo attendere l’espulsione del cuoricino e che, se non dovesse accadere entro tre giorni, bisogna portarla in Pronto Soccorso per controllare che il ciondolo non abbia trovato indebitamente caso in una qualche anfratto delle viscere di Miss T.

Inizia la fase due dell’organizzazione. Comincio a spiegare a Miss T che dovremo perlustrare le sue regali deiezioni. Tiro fuori i vasini in disuso, avverto i nonni che facciano altrettanto, informo le maestre. Verifico di avere in casa dei guanti. Mi metto in attesa.

Giorno 1. Niente, Miss T resiste, la mia ansia un po’ meno.

Giorno 2. Niente, Miss T nega qualsiasi stimolo, io comincio a chiederglielo con una certa insistenza, mentre siamo a casa.

Nel tardo pomeriggio, ci rechiamo in piscina. Nessuna delle mie figlie ha mai prodotto altro che pipì in un bagno che non fosse loro familiare. Mentre siamo nello spogliatoio, Miss T, la testa già nella sua cuffietta fucsia con ippopotama in tutù, si gira e, a sorpresa, pronuncia serafica: “Mi scappa la cacca”. Panico, terrore, ohmioDio i guanti, ehmochecazzofaccio?.
Sorrido con le labbra, piangendo con gli occhi. “Ma certo, Miss T, andiamo”, le dico sudando freddo.

La piscina che frequentiamo è un adorabile luogo familiare, piccolo, gestito amorevolmente. Con un unico bagno.

Miss T deposita i suoi attesissimi rifiutelli nella ceramica a misura bimbo e, una volta terminata l’operazione, si volta indietro e commenta, sollevata: “Ehi, mamma, è marrone!” rivelando che erano due giorni che si immaginava con terrore di dover espellere acciaio.

Ecco, sì, il resto è successo, a mani nude, con la fila di bambini dietro e io che dicevo: “Un attimo! Ancora un attimino!”. D’altro canto quanta terra ho campionato e setacciato nella vita, quanti castelli ho costruito con la sabbia bagnata, basta solo un po’ di immaginazione per affrontare certe situazioni. E anche tanta tantissima sana speranza. È lei che dopo aver inutilmente spalmato la ceramica del color della terra e dei tronchi d’albero, mi ha fatto pensare “Ma sì, dai, ancora un colpetto”. E finalmente eccolo lì, il mio preziosissimo tesoro, la numero Uno di Paperone, il cuore d’oro dei confetti Crispo, il diamante dentro la grafite. Ebbra di felicità ho poi passato altri cinque minuti a rinettare il minuscolo water a beneficio dei poveretti fuori in attesa, pensando che alla fine essere madri non è certo un’avventura da stomaci deboli, ma da cuori d’acciaio.

 

14 pensieri su “Essere madri non è un’avventura da stomaci deboli

  1. Mah. So che dovrei ridere ma la bocca resta aperta per sgomento. Il titolo mi ricordava il mio post “Essere madre è roba per stomaci forti”, ma mai mi sarei aspettata un’avventura del genere. Si potrebbe dire “sono cose che capitano”. Ma anche no. Credo che il tuo enorme coraggio di setacciare l’insetacciabile sia stato spinto dai sensi di colpa. Ma comunque complimenti!

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