La famiglia tapparelle rosse

C’erano tre cose che A soffriva del Natale.

La prima erano gli eleganti pantaloni di lana spigata ereditati dai facoltosi gemelli, nipoti genovesi della signora P del quarto piano, che nostra madre gli faceva indossare in occasione delle ricorrenze invernali , ma solo se ci trovavamo nella signorile cittadina di provincia di mia nonna. La congiuntura si presentava in pratica unicamente nei giorni di Natale e Capodanno, durante i quali A soffriva di un costante prurito alle gambe che si dissolveva solo la sera dentro ai pantaloni del pigiama. Per sua fortuna all’Epifania eravamo già di ritorno nella proletaria provincia di Torino, dove velluto e fustagno erano concessi persino alla messa delle dieci.

La seconda circostanza per lui detestabile era la confessione natalizia, che in genere avveniva nella buia cripta del santuario. Lì, la sordità di un qualche sacerdote ultra-ottuagenario obbligava A a ribadire più volte con tono deciso i suoi acerbi peccati da dodicenne. Ma quello che lo preoccupava più di tutto era riuscire a trovare qualcosa di originale da dire. Ad A non piaceva affatto confessare gli stessi peccati già dichiarati a Pasqua.

La terza faccenda avversa è un ricordo che a me invece piace moltissimo. A è il mio fratello maggiore. Abbiamo condiviso migliaia di circostanze, ma ognuno le ha colorati di tonalità sue. Per ricostruirle bisognerebbe sovrapporre i colori o forse accostarli, ma mica sarebbe abbastanza.
Per tutta l’infanzia fino più o meno ai miei quattordici anni, abbiamo trascorso i giorni di vacanza natalizie nel condominio anni 50 con le tapparelle rosse, dove mia nonna aveva vissuto occhio e croce per vent’anni prima di emigrare con noi nel torinese. Le tapparelle rosse, oltre ad essere avvolgibili, potevano aprirsi protraendosi in avanti fino a sfiorare i tigli di via San Giovanni Bosco e questa cosa m’è sempre sembrata speciale. Unico era affacciarmi alla finestra e occhieggiare in giù tra i rami verso il muro di fronte, dove a lungo ha campeggiato un graffito meraviglioso nei colori ma dal significato sconosciuto (“Psychedelic furs”, sapere oggi che fosse un gruppo post-punk inglese anni Ottanta per me è una specie di riscatto per la piccola città borghese dove era necessario vestire eleganti).
Insomma, nei giorni di Natale stavamo lì, al secondo di quei quattro piani, dove ogni appartamento era abitato da qualcuno che mia nonna conosceva benissimo, un pezzo di una specie di famiglia, una famiglia con le tapparelle rosse. Al piano terra c’era D, una nonnina vecchissima che di mio fratello neonato diceva: “È talmente bello che sembra un Savoia” (che poi non mi risulta fossero degli adoni, ma la regalità esercitava un certo fascino su D) e di fronte a lei la signorina M, attempata single di cui si raccontava un’intensa vita sentimentale. Nell’appartamento vicino alla tromba delle scale, dove imperava un ascensore protetto da una grata che chissà come trova spesso spazio nei miei sogni, c’erano i signori Poli, affettuosissimi nonnini che si procuravano giocattoli da regalarci a Natale. Al primo piano abitavano la signora E, vecchina con le onde bianche tra i capelli, sempre seduta su una poltrona di vimini, e sua figlia A. A, ex infermiera e ex suora, tifava l’Inter e aveva riempito la casa di gadget a tema che sistemava in bell’ordine sui centrini. Al secondo piano, accanto all’appartamento di mia nonna, quello dei signori C. Ricordo nitidamente la voce dolce della signora C, seduta su una morbida poltrona fiorata che sospirando diceva in dialetto:”Eh, cos’abbiamo mai da dirci ancora?”. Una specie di elegante resa di fronte all’immensità di tutte le parole già dette. Morì presto, mi sa che aveva finito le parole. Al terzo piano vivevano le sorelle P, sapienti sarte, che mi spacciavano affetto e copie già lette di GrandHotel, su cui ho potuto conoscere la forma più trash di narrativa: il fotoromanzo. Al quarto piano c’erano i signori C, senza figli: una volta ci regalarono un torrone morbido col quale abbiamo vinto un vero zecchino d’oro. È stata quella l’unica volta in cui grattando con una moneta un rettangolo argentato è apparsa magicamente la scritta “Hai vinto”. Al quinto piano, c’erano le soffitte, luogo magico che serbava da un anno all’altro le nostre decorazioni natalizie, custodite dentro ad una vecchia valigia di cartone rivestita di pelle marrone. C’era anche una villa accanto alla palazzina, una specie di dependance, dove abitava la signorina Z , una quindicina di gatti e tanti tantissimi libri. La signorina Z era una specie di intellettuale faidate che si era fabbricata pezzo per pezzo una profonda cultura e non aveva mai spesso di rinfacciare ai suoi genitori, pure dopo morti, di non averla fatta studiare.
Mia nonna A, che era membro effettivo della famiglia Tapparelle Rosse, coltivava delle piccole superstizioni. Una di queste era che il giorno di Natale il primo individuo ad entrare in casa provenendo da fuori fosse un uomo. Ecco che la mattina del venticinque di buon ora comparivano il signor R (marito di una delle sorelle sarte del terzo piano) perfettamente sbarbato, o il signor M, sorta di leader organizzativo del condominio -uno dei pochi ancora oggi in vita- i signori C (del secondo e del quarto). Entravano in casa a “portare la fortuna”. Mia nonna A, che era vedova dall’età di trent’anni e aveva generato una sola figlia femmina, a un certo punto della sua vita aveva trovato in famiglia un “uomo” che potesse ricambiare quel favore col vicinato: mio fratello A. Mentre io indugiavo in cameretta a giocare sul pavimento di graniglia o a meditare su come smarcarmi dal mio paio di pantaloni di lana (dopo i gemelli genovesi, li ereditava mio fratello e poi io), lui si sottoponeva al sacro rito della fortuna, andando a far visita a tutti gli appartamenti del condominio. Dodici anni di timidezza per quattro piani di famiglia allargata: per A, una comprensibile tortura. Per me un ricordo rosso, come le tapparelle, come un lontano tepore.

7 pensieri su “La famiglia tapparelle rosse

  1. Da me (credo solo la mia famiglia a dire il vero) si fa il primo dell’anno.
    Donne in casa, uomini di porta in porta, possibilmente con un cestino d’uva che viene scambiato sotto il vischio con cioccolato (per i più piccoli) o soldi (1, 2… 5 euro massimo eh)
    Quanti 1 gennaio trascorsi seduta composta a fare puzzle in attesa di cugini svogliati… cosa mi hai ricordato :’)

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  2. Che bello questo tuo racconto.
    Mi hai riportato alla memoria che, da noi, era il primo dell’anno che doveva venire in casa per primo un uomo, ad augurare il buon anno e la buona fortuna e questo era compito di mio zio Battista che veniva da noi, per primo e poi, a seguire, in tutte le case della contrada e, siccome si brindava a grappa in ogni casa, tornava a casa, per pranzo, sempre abbastanza allegro per la verità.

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