Bagni La Brezza

Ricevo attraverso un messaggio affettuoso l’invito a ricordare un posto speciale. Prima di mettermi all’opera, ma dopo aver involontariamente scoperchiato un tegame di emozioni, mi faccio due conti.

Se non sbaglio, ho trascorso due settimane di villeggiatura al mare nello stesso luogo dal 1981 al 1994. Quel tipo di vacanza ha praticamente occupato i primi quattordici anni della mia vita e questo spiega l’integrità del sedimento di ricordi che lo compone.

Nella seconda metà di Luglio noi si andava a Sanremo. Si partiva da Tortona, dopo avervi trascorso un paio di settimane a casa della nonna A, tra pesche di beneficenza in feste parrocchiali, qualche serata di ballo al palchetto in piazza, gite alla Cascina dove è nata la mia mamma e tournée presso amiche e parenti lontane e acquisite della nonna. Elsa, Lina la ricamatrice di Pontecurone, il bambino cresciuto nella casa accanto a quella della nonna a Viguzzolo, i cugini di Costa Vescovato e quelli di Tortona (Emma e la sorella Maria, Elvezio e la moglie), la sorella di latte di mio nonno Edoardo e la mamma che lo aveva tenuto a balia a Montegioco, e, naturalmente, tutti i vicini di casa.

Si partiva un sabato mattina e la mia trepidazione era massima nella notte precedente, trascorsa sulla brandina accanto al letto della nonna, nella stanza a pianta pentagonale. La vacanza al mare era la mia antonomasia di vacanza e, a pensarci bene, mi ha lasciato un’imprinting indelebile.

L’unico prezzo da pagare era soffrire l’auto, ma spesso ci fermavamo per respirare un po’ (o per vomitare fuori dall’abitacolo, a seconda dei casi) in piazzole dell’Autostrada dei Fiori dove sventolavano gli oleandri che già promettevano una marittima felicità.

Le vacanze le trascorrevamo (mamma, nonna, mio fratello e io, mentre mio padre ritornava a lavorare dopo averci accompagnati) in una pensione gestita dalle suore, che l’avevano ricavata da una villa in stile Liberty capolavoro della Belle Époque, che avevano ricevuto in gestione per qualche decennio. Quella manciata di suore sono state per me un gruppetto di affettuose zie da ritrovare ad ogni ritorno: Suor Rosanna, la superiora, nel suo abito nero, coi modi spicci e l’affetto sincero; Suor Stella che cucinava e sorrideva con dolcezza; suor Rita che silenziosamente riordinava le camere aggiungendo un grembiule celeste sopra la sua bianca divisa; suor Bernardetta, piccola e piena di energia nonostante l’età già avanzata, che spazzava in giardino le foglie della grande magnolia e suonava il piano; suor Felicetta che intonava con la chitarra e la sua voce di giovane donna canti a Maria sulle scale di fronte alla sala da pranzo; suor Augusta sfegatata tifosa del Milan, che ci accompagnava in spiaggia trascorrendo le ore ricamando sulla sdraio, ovviamente completamente vestita.

Si andava alla spiaggia negli stabilimenti La Brezza – tuttora esistenti e funzionanti nonostante io non ci metta piede da venticinque anni, pensa un po’ come il mondo va avanti imperterrito – che si estendevano su tre livelli: quello bordo strada, in alto, dove c’era la reception e il bar, il livello della scogliera e quello del mare. Le sdraio riservate alla villa delle suore erano in posizione defilata, altezza scogliera. Noi bambini scendevamo al mare solo dopo debito tempo dalla prima colazione, secondo i dettami medici in voga negli anni Ottanta. Personalmente ho fatto il bagno quasi sempre entrando dalla piccola baietta di sabbia, prima dentro alla ciambella dei puffi, poi con l’aiuto dei braccioli, poi in regime di semilibertà, pur sempre in vista di mia madre. Mio fratello, invece, entrava dalla baietta ma poi faceva un giro a nuoto intorno alla scogliera, impresa che io non ho mai affrontato, chissà perché. Mia nonna A, invece, entrava in acqua brevemente sedendosi su una scaletta semisommersa che avevano attaccato agli scogli.

Il resto della mattinata trascorreva tra giochi di sabbia, chiacchiere degli adulti, giochi dei bambini. La signora Adele, le signorine Rastelli con la loro mamma, Rosy e la sua mamma, il signor Pino malato di cuore con sua moglie, Giovanni e la sua mamma, Adelaide e Giovanna, che portavano con loro le figlie dei vicini di casa che le chiamavano zie e io non me ne facevo una ragione. Con una di loro, mia omonima e coetanea, avevo fatto buona amicizia, un giorno mi insegnò a fare le trecce alla sua bambola sedute sotto il solleone. Se scrivo i nomi è perché mi illudo di reincontrare qualche traccia, attraverso eventuali letture, di quei volti di cui non so più niente. Quelli che allora erano già ragazzini mettevano i tormentoni dell’estate nel Juke Box, l’altoparlante diffondeva la musica e gli immancabili richiami a “Salvatore, il bagnino salvatore”. Un vecchio signore con un vistoso anello d’oro al mignolo giocava a scala quaranta e, ad ogni mano, commentava le carte che gli erano capitate dicendo “C’ho cinque jolly”. Un attempato vedovo, Lino, si lanciava in qualche timida avance verso mia nonna. Ci si raccontava l’inverno passato, si mettevano da parte ricordi per quelli a venire, si ricamava lentamente un lessico emotivo, che ogni tanto riemerge.

E quando ci torno, à la Brise, sì che me la faccio la nuotata oltre gli scogli.

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