C’è posto per tutti

Recentemente ho indossato una T-shirt (ricevuta in regalo) a mezza manica con lo scollo rotondo un po’ larga e lunga fino a raggiungere la vita ma non a coprire il sedere: un modello che ho sempre abbastanza detestato e che, almeno da adolescente, associavo al modo di vestire della generazione di mia mamma. Un modello che, insomma, nella mia testa continua ad essere un po’ “vecchiotto”, per quella me degli anni Novanta che amava modelli più attillati, accollati e che coprivano almeno metà chiappa.

Arrivata al lavoro, un collega di dieci anni più giovane di me mi ha fatto i complimenti per la maglietta, definendola “moderna“. Esterrefatta, ho cominciato a macinare tra me e me un ragionamento tra la moda e l’esistenza, dagli esiti potenzialmente tragici.

Una maglietta che a diciassette anni non avrei mai indossato senza sentirmi a disagio perché di taglio “vecchio”, a distanza di circa 40 anni dai ruggenti anni Ottanta, è tornata di moda tra teen-ager e ventenni. Loro, le giovanissime, oggi la indossano come portano impunemente addosso quei tragici jeans mummy-fit che ti ingrossano il didietro pure quando non strettamente necessario, pensandosi alla moda. Fin qui tutto bene, dopo tutto anche io saccheggiavo gli armadi di mia nonna alla ricerca di golfini anni Sessanta/Settanta che indossavo sentendomi piuttosto interessante. Il problema è che le teen-ager e ventenni di oggi pensano dei miei pantaloni larghi e lunghi, delle mie maglie e magliette morbide e sformate, delle mie sneakers vintage, esattamente quel che io pensavo della moda anni Ottanta. Mi vedono demodé. I quarant’anni che si avvicinano significano anche questo. Epilogo (apparentemente) tragico.

L’epilogo felice, invece, è un altro.

Crescendo, invecchiando, mi porto appresso un portfolio di identità sempre più affollato. Dentro di me custodisco una bambina, una ragazzina che cercava i pantaloni a zampa negli armadi delle vecchie case di campagna, una figlia, una nipote, una giovane mamma, una moglie fresca, una mamma navigata, un’adolescente insicura, una moglie rompipalle, una lavoratrice atipica, una datrice di lavoro, una privilegiata, una straniera del sud Europa in un paese del nord Europa, una bianca in terra d’Africa, un’amica delusa, un’amica che ha deluso, un’innamorata non corrisposta, un oggetto d’amore non corrisposto, una sorella, una zia, un’animatrice, una catechista, una miscredente, una cugina, un’ignorante, una discente, una paziente, un’insegnante, una donna stanca, una donna piena di energie, un’elettrice, una cuoca, una cliente, una giovane vestita vintage, una signora vestita moderna e molte altre cose. E so esattamente cosa tutte queste persone provano.

Coltivo il desiderio di mantenere dentro di me una traccia di quel che si sente ad essere quel che sono e sono stata. Un monumentale bagaglio di empatia per il quale mi mette un orgoglio pazzesco continuare a diventare grande. In fondo c’è posto per tutti.

 

 

 

5 pensieri su “C’è posto per tutti

  1. Il tuo ragionamento di oggi si accoppia molto bene con la “discussione” che oggi ho avuto con mia figlia (37 anni è il nostro gap generazionale). Ci siamo confrontate sul femminismo, il mio di quando avevo vent’anni nel 68 e mi battevo per la mia libertà di poter scegliere che cosa fare della mia vita e il suo, di oggi, che si batte per il comportamento sociale sui diritti delle donne.
    Poi lei va a frugare nei miei armadi alla ricerca di capi che io indossavo negli anni settanta…per fortuna non mi critica mai su come mi vesto io, ormai ci rinuncia.
    Buona domenica.

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