L’essenziale

Non ho mai avuto grandi capacità nel preparare i bagagli. Una volta ho percorso oltre cento chilometri a piedi con uno zaino di oltre dieci chili sulle spalle. Nonostante sul mercato esistessero già da un pezzo indumenti e asciugamani di tessuti tecnici ultraleggeri, il mio bagaglio conteneva magliette di cotone e accappatoio in spugna. Non è che io avessi allergie o ideologie particolari, non mi ero posta il problema.
Il fatto risale a dieci anni fa. Oggi concorro alla preparazione delle valigie di una famiglia di cinque persone e non sono minimamente migliorata.

Dopo essere arrivati in campeggio (il primo della loro vita), le bambine hanno passato i primi giorni a guardarsi intorno, chiedendosi come mai le altre piazzole fossero decisamente meglio accessoriate della nostra. Maestose tende familiari a confronto con i nostri due igloo minimalisti derivanti direttamente dalla nostra vita pregenitoriale, lussuosi angoli-cucina a confronto con un vecchio gas appoggiato su una cassetta da frutta raccattata nel retrobottega del minimarket, amache a confronto con un telo mare singolo maldestramente steso a terra per ospitare il relax di tre bambine in contemporanea, avvolgenti sedie con braccioli e schienale a confronto con minuscoli sgabellini traballanti. E poi: sdraio e lettini di ogni foggia, materassi presidenziali, piccole pagode ornate da scenografiche lanterne. Ho visto coi miei occhi una vecchia signora apparecchiare la tavola con dei calici da vino. Giuro.

A percorrere i vialetti di un campeggio si incontra in bella vista la variabilità umana, in particolare nella personale interpretazione di quanto considera “essenziale”. Curioso osservare che qualcuno abbia considerato essenziale un ingombrante portafrutta a tre piani.
Di essenziale personalmente ho portato un libro. Dentro ci ho trovato una verità che mi ha illuminata.
“Capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando.” (Philip Roth, Pastorale Americana).

La diversità umana è da osservare, quanto a capirla non c’è motivo di incaponirsi. Questo ho cercato di far capire alle bambine, anche quando, oltre alle strutture da campeggiatori, confrontavano il nostro bioritmo familiare con quello altrui. A dividere la vita en plein air coi nordeuropei si rischia di sentirsi perennemente in ritardo, per cui ho consigliato loro di far spallucce di fronte a chi lavava i piatti della cena all’ora in cui noi tornavamo zozzi dalla spiaggia.

Mentre disincentivavo quel genere di confronti non sapevo che anche io stavo viaggiando con un metro in mano. È davvero difficile, anche per chi si professa stoicamente bello dentro, spogliarsi in spiaggia con disinvoltura. Mentre ti sfili la canottiera e ti cali i pantaloncini mostrando il bikini, ti salta alla gola un esercito sanguinario di bozzetti di cellulite, smagliature, peli sopravvissuti e incattiviti dalla ceretta, rotolini di ciccia. Per sopravvivere, anche tu che l’hai sempre buttata sulla simpatia, ti guardi in giro alla ricerca di inestetismi altrui con cui stringere silenziose alleanze. Anche se sai che la statura vera di un uomo non si misura in centimetri, che la bellezza di una donna non sta nella taglia ma piuttosto nell’incolla e nel ricuci dopo esser stati feriti, ecco, che ci caschi. Ti guardi intorno, ti misuri, spesso finisci per soffrirne. Poi ti ridesti, ne prendi coscienza, sai che il viaggio per conoscersi, accettarsi, volersi bene è ancora lungo. E nel bagaglio, anche se non hai mai imparato a prepararlo, sai che è quanto mai essenziale non mettere nessun metro.

 

14 pensieri su “L’essenziale

  1. Ho dormito solo una notte in tenda, in un campeggio di Sorrento, con i miei genitori, perché non c’era una camera disponibile. Io sempre lontana dai campeggi, proprio non li capivo. I miei genitori, invece, hanno fatto campeggio perfino in un centro per nudisti, in quegli anni settanta in cui, in Italia, di questi centri non ce n’era manco uno. E non erano neanche tanto giovani.

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  2. Giusto, nessun metro nel bagaglio, non giudicare gli altri e’ anche non giudicare se stessi e la propria cellulite o la propria pancetta.
    Da quando viaggio in bicicletta ho imparato l’essenzialita’ del bagaglio e l’arte di dividere il necessario dal superfluo. E’ straordinario come ad ogni viaggio il bagaglio sia piu leggero senza che mai mi manchi davvero nulla di essenziale
    ml

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  3. Bellissimo il messaggio finale. Posso dire di ritrovarmi perché spesso prendo le persona per la prima impressione – capita spesso che non mi sbagli – ma altre volta sono costretta a ricredermi sentendomi in colpa per i precedenti giudizi che mi sono fatta su di loro. Non lo faccio per cattiveria ma sono di natura diffidente e selettiva quindi mi viene automatico, non nascondo che però sarebbe bello sapere abbassare le difese a volte

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