L’unica risposta possibile

Sono agronomo ambientale.

Svolgo questa mia professione in ambito scientifico e ho a che fare con sistemi biologici, che sono sistemi complessi ad elevata variabilità. Per dire: quando capita una cosa e tu la misuri, insomma, a volte è davvero difficile capire perché sia successo, cosa l’abbia causato. È una specie di schiaffo del soldato in cui tu devi indovinare chi ti ha colpito e tutti potrebbero essere stati. I soldati sono apparentemente innocue piante o silenziosi terreni o fresche acque e invisibile aria, ma il senso è proprio quello e il lavoro è quello di farsi strada dentro a questo groviglio e cercare di fare ipotesi per sbrogliare la matassa e capire motivi e meccanismi che hanno portato al risultato misurato. Si prova ad interpretare, si cercano indizi, si sbaglia, si ricomincia, a volte ci si innamora di un’idea come di un uomo sbagliato. Si è felici quando, con mezzi ritenuti solidi, si riesce a dire con un certo livello di certezza (che non è mai il 100%, per definizione; per la certezza c’è solo Dio) che si è trovato un responsabile, una causa, una ragione per cui è accaduto qualcosa. E quando sai un perché, specie di un fenomeno indesiderato, sei felice perché ti puoi ingegnare a capire come risolvere la situazione. Per esempio, se so perché si genera un certo tipo di inquinamento, saprò anche, magari non subito ma dopo un po’ di tentativi, come rendere minimo quella sorgente del problema, abbassarlo fino, se possibile, a farlo scomparire. Sono i numeri presi e trattati con il giusto rigore che ci fanno da guida in questo percorso di esploratore che tenta di farsi luce in un mondo in cui si vede davvero poco.

Ed è forse per questo, perché ho in mente come sono fatti i sistemi biologici, so com’è complicata la vita anche dal punto di vista scientifico, che ammattisco quando apprendo di discussioni senza fondamento su parole come femminicidio e razzismo. Quando si discute senza avere in mente i numeri. Senza sapere i numeri, come è possibile discutere di quei numeri? È questo è un fatto.
Inoltre, supponiamo di conoscerli questi numeri. Per esempio supponiamo di conoscere il numero delle aggressioni e assassini totali in un dato territorio, con l’unico scopo possibile, cioè quello di abbassarlo. Lo studiamo a fondo, con i mezzi statistici appropriati. Magari scopriamo che c’è una chiave interpretativa che spiega una parte di questo grosso numero. Scopriamo (e non giornalisticamente ma statisticamente, il che è da verificare, qui sto parlando di ipotesi) che c’è una probabile fonte di variabilità che è magari una caratteristica della vittima (donna? Straniero? Altro?) e a cui a questo punto siamo in grado di dare un nome con una ragionevole (e sempre probabilistica) certezza. A questo punto che si fa? L’unica risposta possibile è lavorare per risolvere il problema, non c’è nessun’altra ipotesi possibile davanti a questo. La conoscenza del fenomeno non è uno strumento per nessun’altra finalità (elettorale, denigratoria, autoreferenziale) se non quella di preservare e di salvare più vite possibili.

E questa roba non si chiama nemmeno scienza, si chiama responsabilità. A questo si arriva ragionando solo con la testa; se per assurdo, poi, ci mettiamo anche il cuore, allora a quel punto si chiama umanità.

9 pensieri su “L’unica risposta possibile

  1. Vorrei che questo tuo scritto lo leggessero quelli che fanno le analisi statistiche e che ricavano i loro dati in modo tale che se tu hai i piedi nel forno acceso e la testa nel freezer, alla fine la temperatura del tuo corpo è corretta.

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