Torino, ore 23:30

Torino, ore 23: 30. Imbocco con passo svelto la rampa di scale che portano alla stazione della metro. Tengo già il biglietto stretto nel palmo della mano. L’ho preso quando ero ancora insieme alla mia amica E, prima di salutarci. Non mi piace tirare fuori dalla borsa il portafoglio nell’atrio della stazione. Sono da sola, forse qualcuno potrebbe approfittare dei miei spiccioli in bella vista.

Nell’atrio c’è molta luce, non sembra ci sia altra gente. Mi guardo istintivamente intorno. Dall’altra parte dei tornelli c’è un uomo che giudico rapidamente tra i cinquanta e i sessanta anni, vestito con poca cura. Cammina in direzione parallela alla fila dei tornelli, il che mi pare istantaneamente strano, perché dovrebbe scendere verso i binari o verso l’uscita. Mi dirigo anche io verso i tornelli, nella speranza che lui nel frattempo imbocchi le scale mobili verso il piano sotterraneo. Invece, è un attimo, si gira verso di me e mi rivolge la parola. Ha la voce roca da fumatore e un tono che mi fa sospettare una blanda ebbrezza. Lo guardo, non posso fare altro. Mi si rivolge dandomi del tu. Suona sgradevole in quel momento.

– Non usare il biglietto, dai, vieni entra-

Non capisco cosa voglia.

Cambia direzione, esce dai tornelli e viene verso di me con in mano un biglietto dei trasporti. È arancione, dunque un giornaliero.

– Dai, che è valido ancora mezz’ora prima di scadere, non sprechiamolo: usalo tu- mi dice.

Prima che io possa capire le sue intenzioni, fa aprire le porte per consentirmi di passare usando quel giornaliero. Poi lui stesso entra sfoderando un altro documento di viaggio plastificato. Si direbbe un abbonamento.

– Grazie- gli dico. Abbozzo anche un sorriso.

Scendo più veloce che riesco verso i binari, direzione Fermi. Sento l’uomo che si muove anche lui. Ha delle chiavi che tintinnano alle mie spalle accompagnando i suoi passi. Spero vada verso Lingotto.

Al binario ci sono due ragazzini. Mi avvicino. Forse anche troppo, almeno per la loro comprensione. Infatti alzano lo sguardo dallo smartphone per osservarmi. Poi riprendono a chiacchierare fitto tra loro.

Sento il rumore delle chiavi che proviene dal piano intermedio. E se l’uomo scende e attacca bottone? Se sale sul mio vagone? E se una volta a Fermi mi chiede un passaggio? Che faccio? Se mi segue fino all’auto parcheggiata in zona buia? Non sono per niente tranquilla.

Arriva la metro. Il rumore del treno copre quello delle chiavi. Salgo rapidamente. Ci sono altre persone nel vagone. Nemmeno una donna, peccato.

L’uomo non è salito, almeno non sul mio vagone. Cerco di guardare nei vagoni adiacenti. Non mi pare di riconoscerlo.

Devo fare poche fermate, ma non vedo l’ora di raggiungere l’abitacolo della mia auto e mettere in moto verso casa. Arrivata al capolinea mi incammino verso l’uscita della stazione senza guardarmi intorno. Tengo gli occhi bassi, cammino veloce, sto quasi correndo. Butto il giornaliero nel primo cestino utile. Mi pulisco istintivamente le mani sui pantaloni.

Raggiungo l’auto quasi col fiato sospeso, entro e aziono immediatamene la chiusura di sicurezza. Metto in moto e mi allontano.

Finalmente sono al sicuro.

Non posso fare a meno di chiedermi che intenzioni avesse quell’uomo.

Ci penso.

Ci ripenso.

Ci sono: lo so.

Voleva farmi una gentilezza.

7 pensieri su “Torino, ore 23:30

  1. Siamo talmente “ridotti male” dalle brutalità che sentiamo ogni giorno che ci spaventa anche una gentilezza gratuita: non ci siamo più abituati.
    Purtroppo siamo costretti ad essere prudenti, fin troppo.
    A casa mia i ladri sono entrati tre volte: l’anno scorso alle 21 e 30 con noi in casa, bloccando la porta della camera da letto…ora tengo le finestre semichiuse e le tapparelle giù anche di giorno e d’estate. Sono prigioniera in casa mia.

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