Il gusto di giocare

– Mamma, perché ai grandi non piace più giocare?- mi ha chiesto Miss T, qualche giorno fa.

Forse la domanda era semplice per lei, io però ci ho visto dentro il suo senso di straniamento per un grande salto che la nostra famiglia è sull’orlo di spiccare. Le sue compagne di giochi, Signorina A e Mademoiselle C stanno lentamente cambiando. Certo, amano ancora tantissimo giocare, ma si fanno avanti in loro sentimenti nuovi che le portano ad essere improvvisamente contrariate di qualcosa, più pronte agli scatti di nervosismo e ai battibecchi. Forse Miss T si starà sotto sotto chiedendo cosa succede, adesso. E cosa succederà a lei, per piano piano trasformarsi in una adulta, che non ha più il gusto del gioco, proprio come me.

Mi piace leggere, mi piace sferruzzare, mi piace scrivere, mi piace imparare cose nuove, ma difficilmente prendo qualche iniziativa di gioco, tranne rarissime eccezioni. Una partitella a ping-pong, un gioco da tavola, due canestri ogni tanto. Ma ho perso totalmente il gusto per i giochi di simulazione, i travestimenti, le Barbie che familiarizzano coi Puffi e fanno una scampagnata insieme a trovare il galeone dei playmobil, cavalcando una moto lego. L’invenzione dei mondi, il trasportarsi in una dimensione di sconfinate potenzialità, la capacità di immedesimazione in vite diverse sempre possibili anche nella loro improbabilità. Ho paura di sentire che queste possibilità non le ho più, Miss T, forse è per questo che non gioco più.

E invece le ho queste nuove occasioni, e, che Dio mi assista, mi inventerò pezzi nuovi di vita. Oltre le mie paure (del futuro e del giudizio altrui), verso il posto che mi sembra di poter avere nella società. Dopo tutto il Natale arriva per dirci questo, per ricordarci le nostre infinite possibilità di rinascita.
Mi tengo stretta la felicità calda che ho provato in questi giorni nell’andare a portare gli auguri ai vicini e nel riceverne altrettanti, piccoli gesti fatti di oggetti di poco valore, disegni e biscottini, ma tanta carica emotiva. Qualche chiacchiera, dove le parole sono aritmetiche -la banalità del più e del meno- ma i sentimenti sono radicati più giù, laddove la matematica non batte più, ma è la minuta poesia a dettare la sua legge.

La dimensione domestica, dell’isolato, del quartiere, è qualcosa che questa immonda crisi sanitaria ci ha donato, suo malgrado. Insieme alla sorpresa di poter guadagnare nuovo terreno, prima immaginato come deserto. Noi, per esempio, abbiamo allestito il taglio del panettone in giardino, con temperature dicembrine, che fino all’anno scorso ci avrebbero fatto dire “Ma vaaaaaa”. E invece è stato un modo per brindare brevemente insieme a distanza, e dirci che comunque vada ci siamo, gli uni per gli altri.

Comunque vada, ci sono, e nel profondo non ho dimenticato come si gioca a “facciamo che io ero”, provo a trasformarlo in “facciamo che io sarò”. Mi aggrappo alla certezza che, nonostante quest’anno sia andato di merda per tutti (e nemmeno possiamo lamentarcene veramente con qualcuno per il gusto di impressionarlo, perché mediamente è andato di merda a tutti), il meglio debba invariabilmente ancora venire.

(illustrazione di @jangandfox)



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