La vita è come uno se la racconta

Nelle ultime settimane ho vissuto diverse piccole esperienze. Nelle ultime settimane, tutti abbiamo vissuto le nostre diverse piccole esperienze. Il fatto è che il gesto di raccontarle mi induce a metterle in ordine, cercando un filo che le unisca. Non tanto perché siano realmente unite, ma perché io sono in grado di mettere le congiunzioni ai fatti, di sistemarle sintatticamente in principali, coordinate e subordinate di ogni tipo, creando una storia. Che poi è la mia storia, o, in altre parole, la mia vita.

Lo facciamo tutti: nei pensieri, nei sogni, nella verbalizzazione orale (cioè: nelle telefonate a mamma, alle amiche, nei racconti della sera al resto della famiglia) o scritta (nei uozzappi, in un post). Ultimamente, rispetto agli inizi di questo mio spazio personale, la mia vena si è un po’ inaridita. Ma, siccome trovo salvifico o almeno salutare, annotarmi le cose importanti per cercarne il significato che mi si offre, resisto alle cose urgenti che mi si parano dinnanzi una dopo l’altra con una velocità di gran lunga superiore a quella che desidererei e mi fermo. Mi fermo a raccontarmela.

Stavolta le fila non le ho ancora tirate perfettamente, penso che di qui in avanti si tratterà più che altro di un elenco di fatti, alcune belli alcune davvero brutti.

Sabato sera scorso, poco prima di andare a letto, ho trovato delle tracce di pediculosi sulla testa di Signorina A. Grazie alla mia anzianità di servizio come mamma, non ho accolto il fatto con disperazione, ma come una naturale manifestazione del caso. Toh, un pidocchio, domani ce ne occuperemo. Dopo un sonno ristoratore, la domenica mattina ho dedicato un paio d’ore a praticare una tecnica a me sconosciuta che si chiama wet combining. Praticamente ho passato con l’apposito pettinino a denti stretti settori diversi della testa di Signorina A cosparsa di un boccettone intero di balsamo. Ce la siamo contata belle tranquille in bagno, spulciandoci come scimmiette. E ho trovato questa faccenda un regalo. Il tempo di una cura esclusiva. Ho in seguito benedetto in segreto i pidocchi, scoprendomi improvvisamente invecchiata, ma in una maniera bella. Signorina A e io abbiamo avuto la fortuna di goderci un momento tra noi, al riparo del tempo che passa. Mi sono sentita come una di quelle nonne che sono sinceramente felici dei due minuti di telefonata sbrigativa di un nipote. Perché la sanno lunga, sanno che il tempo si può fermare tra le mani, in un lungo minuto di felicità.

Uno dei giorni lavorativi di questa settimana l’ho trascorso in trasferta, prendendo un treno per raggiungere una sede esterna. Mentre raggiungevo trafelata il binario cinque sono passata distrattamente accanto ad un uomo che stava praticando autoerotismo in mezzo a una folla sommariamente coperto da un plaid nero. A quella vista, ho velocizzato ulteriormente il mio passo già svelto, in preda a una sensazione violenta di fastidio. L’immagine di quella persona non mi ha abbandonata nelle ore e nei giorni seguenti. Nemmeno il senso di schifo. Ma si sono affiancate alcune domande senza risposta intorno a qual è l’umanità a cui sono vicina, a quanto lontana sono dai fatti sporchi del mondo e, su tutto, a chi potrà mai prendersi cura di quell’uomo, dei nodi che dovrebbe affrontare e sciogliere, di cui io non so e, vergogna su di me, non mi va nemmeno di sapere.

Al ritorno, ho trascorso alcune decine di minuti in attesa al binario. Accanto a me si è seduta una signora sulla settantina, dall’aspetto curato. Non ci è voluto molto perché attaccassimo a parlare e lei mi raccontasse gli aspetti principali di sé. Il cane lupo che l’aspettava a casa, suo figlio diventato da poco padre, il marito che per fortuna è sparito presto dalle loro vite, il nuovo compagno colonnello dei carabinieri, i problemi al ginocchio, la commercialista fuori sede, la lunga adolescenza e giovinezza del suo unigenito, su cui lei aveva pazientemente vigilato, fino a pensarlo un adulto “salvo”. Ogni frammento del suo racconto era teso a dimostrare con orgoglio che era stata lei col suo comportamento ad avere costruito il presente sereno di suo figlio. – Deve prestare sempre attenzione alle sue figlie, stia sempre vigile, non molli mai la presa, cerchi sempre di capire dove stanno portando le loro vite.

Signorina A e Mademoiselle C stanno crescendo, questo lo vedo ogni singolo giorno nel loro aspetto, nel loro modo di parlare, nelle cose che decidono di fare. Tuttavia, quando hanno bisogno di andare al bagno nel centro di acquaticità che frequentiamo scelgono ancora il bagno con la tazza piccola, da bambini minuscoli, mentre sarebbero più comode nel bagno degli adulti. Da questo capisco che loro si raccontano ancora bambine.

Perché la vita è proprio solo come ce la raccontiamo. E io continuo a raccontarmela.

(La bellissima illustrazione di liseficher contiene una grande verità: A volte ciò che è urgente non è ciò che è importante)

8 pensieri su “La vita è come uno se la racconta

  1. Leggendoti mi viene da dire – e non di cantare 😉 – .. .”guarda quanto tempo nuovo arriva con te”, quando sappiamo andarlo a prendere , quando sappiamo rallentare e viverlo con le persone che amiamo e scoprirlo nell’umanità che ci circonda.
    Grazie di aver messo in ordine i tuoi pensieri,
    ogni volta lo fai un po’ fare anche a chi ti legge.

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  2. Quello che mi piace è la sfacciata onestà con cui affianchi la matura “felicità” di quelle cure estetiche coatte, e il fastidio e ribrezzo per quell’uomo dimenticato dal mondo. Avremmo potuto, da lettori, aspettarci la stessa dolcezza nei confronti dei due episodi, e invece l’animo è sempre un chiaro-scuro.

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